ESCLUSIVA – Giovanni Capuano: “La Superlega fu un progetto sbagliato”

Il 19 aprile 2021 il mondo del calcio europeo tuonò davanti al comunicato ufficiale congiunto dei 12 club fondatori, che poi dovettero subito ritirare in fretta e furia quella proposta: un anno esatto dopo, tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa

Giovanni Capuano, giornalista di Radio 24
Foto | Sportitalia
newsby Lorenzo Grossi19 Aprile 2022


Era la mezzanotte e un minuto di lunedì 19 aprile 2021 quando i 12 club fondatori ufficializzarono la nascita della Superlega di calcio. Nel comunicato congiunto viene sancito “un accordo per costituire una nuova competizione calcistica infrasettimanale. In rigoroso ordine alfabetico, le squadre aderenti furono: “AC Milan, Arsenal FC, Atlético de Madrid, Chelsea FC, FC Barcelona, FC Internazionale Milano, Juventus FC, Liverpool FC, Manchester City, Manchester United, Real Madrid CF e Tottenham Hotspur”. Un nuovo torneo europeo, quindi, “concorrente” alla Champions League.

Con l’annuncio di Florentino Perez (Real Madrid) come presidente e Andrea Agnelli e Joel Glazer (Manchester United) vicepresidenti, la Superlega divenne realtà. O almeno lo fu per 48 ore scarse. Il progetto delle big del calcio europeo naufragò mestamente dopo le minacce del presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, di estrometterli dal calcio che conta. Come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie, tutti le squadre si ritirarono rapidamente da quel tipo di soluzione. Non particolarmente gradita né ai tifosi né alle massime istituzioni europee. Calcistiche, ma anche politiche. Che cosa è cambiato un anno esatto dopo quella vicenda? E che cosa succederà da qui ai prossimi mesi? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Capuano, giornalista di Radio 24. Probabilmente uno dei massimi esperti sulle questioni calcistiche in ambito economico e politico-istituzionale.

“Esiste già una Superlega dentro il calcio europeo: è la Premier League”

Perché l’idea della Superlega fallì in così breve tempo?

«Quel progetto della Superlega era certamente molto ardito e rivoluzionario, nonché altrettanto sbagliato. Sia forse per come era stato concepito sia sicuramente per come fu comunicato e per come si arrivò a quella notte dello strappo, che sembrava definitivo, dei 12 club con la Uefa. Naufragò per questa ragione: di fronte alla rivoluzione copernicana che voleva portare dentro il sistema del calcio europeo, le società non si erano dotate di adeguati argini dal punto di vista politico e dal punto di vista del consenso generale. Consenso che si ottiene attraverso le campagne di comunicazione, tale da potere reggere davanti alla prima ondata d’urto. Di fatto, la fuoriuscita non venne nemmeno metabolizzata, perché 24 ore dopo c’era già il sentore che i club inglesi si sarebbero sfilati e che quindi tutto sarebbe crollato».

Ci furono diverse manifestazioni e proteste veementi contro la Superlega, soprattutto in Inghilterra: avevano un fondamento?

«Sicuramente i club dovevano prevederlo e questo fu l’errore capitale per cui tutto il progetto è crollato in 48 ore. Detto questo, deve essere assolutamente chiaro che i club inglesi che, per primi, si erano sfilati non avevano fatto altro che difendere una loro posizione di potere. Perché esiste già una Superlega dentro il calcio europeo: la Premier League. Fattura più o meno il triplo di tutti gli altri perché si è presa negli ultimi 20 anni una posizione di vantaggio soprattutto nella gestione dei diritti televisivi internazionali. Le società calcistiche britanniche, quindi, non escono impoveriti da questa vicenda. Per altri, il percorso rischia di essere più lungo. Come i club italiani».

All’epoca fu curioso il fatto che, per esempio, il Psg ne era rimasto fuori.

«Ognuno ha provato a difendere i propri interessi in quella fase. E quello che è successo dopo, ad esempio la scalata di Al-Khelaifi, che oggi è di fatto l’uomo forte del calcio europeo, ha spiegato che il proprietario del Psg fece, per il suo interesse, la scelta migliore. Quello che è certo è che quella Superlega, come pattuita quella notte, non esiste più. E non solo per la quantità di club o di possibilità di qualcuno di rientrare. Ma è la consapevolezza che il modello, così come era stato presentato quella notte, è bruciato e non può essere più riproposto».

Il futuro imminente del progetto dei 12 club fondatori

Adesso cosa succederà?

«Prima di tutto, siamo in attesa di capire che cosa deciderà in autunno la Corte di Giustizia Europea. Il cui pronunciamento viene erroneamente inteso sulla Superlega. In realtà quello di cui si dibatterà, secondo chi propone il ricorso, è più il ruolo monopolista della Uefa all’interno del calcio europeo. Quindi le varie forme che assume contemporaneamente e che sostanzialmente si possono sintetizzare nella minaccia “O sei dentro il sistema dell’Uefa oppure sei fuori da tutto”».

Sembrerebbe quasi che la sfida non sia soltanto sportiva, insomma.

«Infatti. Ora sarà interessante comprendere la vera partita che si sta giocando in questo momento. Partita che ha poco a che fare con le questioni sportive, ma piuttosto con questioni di denaro, commerciali, di rapporti di forza e di rapporti economici dentro il calcio europeo. Il problema è chi gestisce sostanzialmente la cassa. E i club che allora avevano tentato la fuoriuscita agivano seguendo un principio chiaro: chi investe, in qualunque settore dell’economia, ha il diritto di controllare le linee di ricavo. Cosa che nel calcio, in questo caso, non succede. La Corte di Giustizia Europea dirà qualcosa che difficilmente non produrrà dei vincitori e dei vinti».

Il precedente della sentenza Bosman

Ci sarà quindi il braccio di ferro finale tra Ceferin e Agnelli?

«A me sembra che i tre club che incarnano ancora la Superlega (Juventus, Real Madrid e Barcellona) abbiano scelto di andare dritti verso la loro strada. C’è una personalizzazione molto forte sulla figura di Andrea Agnelli, anche nella questione personale posta dal presidente Ceferin nei suoi confronti. Ma anche Florentino Perez è attivissimo e in prima fila su questo progetto, che non è soltanto del presidente della Juventus. La Corte di Giustizia Europea difficilmente lascerà le cose inalterate. Le alternative sono due: se si pronuncerà a favore della Uefa così nella forma in cui l’abbiamo conosciuta fino a oggi, è impossibile immaginare che si torni a parlare della Superlega. Qualunque altra sfumatura, per la quale tutte le varie sfaccettature della Uefa possano in qualche modo essere considerate non pienamente aderenti alle normative europee, dovrà costringere la Uefa a scendere a patti. E non più in posizione di forza».

In ogni caso si tratterà di una decisione rivoluzionaria, giusto?

«Dobbiamo sempre ricordarci che l’ultima grande riforma del calcio europeo (e anche mondiale) si è fatto imporre discese da una vicenda giudiziaria che in molti al momento avevano inizialmente sottovalutato e che da lì ha cambiato il rapporto di lavoro tra calciatori e club: ovvero la sentenza sullo svincolo del calciatore Bosman».

Cosa è cambiato nell’ultimo anno?

«La Uefa ha licenziato una riforma della Champions League che in parte si avvicina al modello della Superlega. Si allarga il numero delle squadre partecipanti, si allarga il numero delle partite minime garantite ai club, diventa sempre più un campionato europeo, quasi sicuramente ci saranno due wild card destinate ai club rimasti fuori nella stagione precedente, ma che hanno il miglior ranking. E i club con il miglior ranking sono fondamentalmente sempre gli stessi. Quindi si va verso una competizione sempre più caratterizzata da una presenza costante dei big spender: cioè di quelle grandi multinazionali che con i loro investimenti tengono in piedi tutto il sistema e lo fanno prosperare».

Dunque, sembrerebbe che la Uefa stia andando verso le richieste di quei 12 club fondatori. È così?

«Con il nuovo fair play finanziario, anche se in realtà ha un nome diverso e punta più alla sostenibilità, si è capito che l’equilibrio competitivo non è al primo posto tra le priorità. E questo è una sorta di sconfitta per la Uefa, che un anno fa ha combattuto a livello comunicativo la propria battaglia, raccontando che il calcio doveva rimanere di tutti. Anche una piccola squadra di un piccolo paesino doveva sognare di competere e addirittura vincere la Champions League. Il calcio europeo sta andando in un’altra direzione: con o senza la Superlega. Un anno dopo è cambiato questo: ovvero che la Uefa ha fatto, all’interno della propria struttura, altri due passi che vanno proprio in quella direzione».


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