Ius Scholae: come funziona negli altri Paesi dell’Ue

Di che cosa parla il ddl ora all’esame della Camera e che cosa cambia rispetto a quello che succede all’estero

Un passaporto con lo ius scholae
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newsby Lorenzo Grossi29 Giugno 2022


Nella giornata di oggi, mercoledì 29 giugno, la Camera dei Deputati discuterà del cosiddetto Ius Scholae. Si tratta di una proposta di legge, voluta fortemente dal Partito Democratico, finalizzata a riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati. Il testo si pone come obiettivo principale quello di riconoscere il ruolo della scuola. Dando la possibilità a oltre un milione di giovani under 18 che sono nati in Italia o sono arrivati nel Paese entro l’età dei 12 anni di chiedere la cittadinanza italiana.

Il minore deve risiedere legalmente in Italia e deve avere frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi la scuola primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso. Ma come funziona l’ottenimento della cittadinanza negli altri Paesi dell’Unione Europea?

Ius Scholae: sarebbe una novità (quasi) assoluta in tutto il mondo

In nessuno Stato membro esiste uno Ius Soli ‘puro’ come quello degli Stati Uniti o del Canada. In questi casi la cittadinanza viene concessa a tutti i bambini nati nella nazione, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Tuttavia il diritto è solitamente legato a determinate condizioni. Cioè uno Ius Soli ‘temperato’. Come vedremo anche lo Ius Scholae non è molto presente all’estero.

La condizione più comune, infatti, è che i genitori abbiano dovuto risiedere nel Paese per un certo periodo di tempo prima della nascita del bambino. Quattro Stati hanno tali regole e la residenza dei genitori minima richiesta va dai 3 ai 10 anni. 10 anni in Belgio, 8 anni in Germania, 3 anni in Irlanda e Portogallo. In Germania, in particolare, nell’età compresa tra i 18 e i 23 anni, il giovane dovrà decidere poi se mantenere la cittadinanza tedesca oppure se optare per quella dei genitori.

Anche nell’ormai ex Stato membro dell’Ue Regno Unito esiste uno Ius Soli condizionato che stabilisce che affinché un figlio di genitori stranieri ottenga la cittadinanza, almeno uno dei due deve possedere il “settlement status”, il diritto di residenza permanente, che si acquisisce solitamente dopo cinque anni di residenza continuativa.

Doppio Ius Soli e naturalizzazione

In altri quattro Stati membri, cioè Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, esiste quello che si chiama “doppio Ius Soli”. Un figlio nato nel territorio dello Stato acquisisce la cittadinanza del Paese di nascita se anche uno dei due genitori è nato anche nel territorio di quello Stato. Indipendentemente dal suo passaporto. La Grecia ha infine un “doppio Ius Soli condizionato”, che richiede cioè che il genitore abbia anche un permesso di residenza permanente.

Nei Paesi con lo Ius Sanguinis, cioè la cittadinanza che viene concessa ai figli di chi già la possiede, un altro percorso per l’acquisizione del passaporto è la naturalizzazione. Anche qua le regole differiscono da Stato a Stato e in Italia sono tra le più restrittive. Il periodo minimo di residenza per ottenere la naturalizzazione nell’Ue va dai soli tre anni della Polonia, ai dieci del nostro Paese, con la media comunitaria che è di quasi sette. Undici nazioni richiedono cinque anni (Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica ceca, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Malta Olanda e Svezia), il Portogallo sei, Grecia e Lussemburgo sette, altre sei nazioni, tra cui l’Ungheria di Viktor Orban, otto, mentre nove anni sono richiesti in Danimarca e dieci come noi in Austria, Lituania, Slovenia e Spagna.


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