Perché il calcio italiano non colmerà mai il gap con il resto d’Europa

Dai trionfi al declino: quali sono le radici economiche dei guai dell’Italia del calcio (e non solo) che determina la differenza con gli altri stati europei

Partita in uno stadio di calcio
Foto Pixabay | Pixel-Sepp
newsby Lorenzo Grossi13 Giugno 2022


Non è, di fatto, cominciata ufficialmente la sessione estiva del mercato che si è già capito (per l’ennesima volta) come il calcio italiano faccia e farà seriamente fatica a colmare il gap con gli altri competitor europei. Gli approdi di Erling Haaland al Manchester City e Darwin Núñez al Liverpool per cifre e ingaggi da capogiro sono gli ultimissimi esempi freschi di inizio settimana. Acquisti che, per qualsiasi squadra di Serie A, sarebbero stati impensabili. Come mai allora continua a permanere questo divario ancora molto forte tra il nostro Paese calcistico e gli altri big del continente?

Il declino economico del calcio italiano

Spesso lo sport fornisce metafore di vita convincenti. E, in questo senso, la seconda mancata qualificazione al Mondiale dell’Italia del calcio è forse evocativa di altro. Ovvero di un sistema Paese che nei decenni ha rallentato e perso competitività a vari livelli. In primis, a livello economico. Perché nel calcio moderno finanza e pallone sono due facce della stessa medaglia.

La resa contro la Macedonia del Nord a Palermi di circa tre mesi fa, come quella alla Svezia di quattro anni e mezzo prima, è arrivata contro una squadra ben più povera di talento. È frutto di un ventaglio di circostanze che ha una genesi ben precedente. E che parte dall’impoverimento economico dell’Italia, passata dall’essere la quinta potenza economica all’inizio degli anni ‘90 all’attuale ottavo posto. Secondo i dati Ocse, tra il 1990 e il 2020 i salari medi nell’Unione europea sono cresciuti per tutti tranne che per l’Italia. -2,9% contro il +33,7% della Germania, il +31,1% della Francia e il +6,2% della Spagna. La nostra, inoltre, prima della pandemia era l’unica grande economia a non aver ancora cancellato la caduta di Pil registrata durante la grande crisi del 2008 e quella del debito sovrano nel 2011.

L’epoca dei mecenati è finita da un pezzo

Tutto questo ha intaccato inevitabilmente l’industria calcistica. Il calcio italiano viveva degli investimenti di miliardari appassionati che riuscivano ad accaparrarsi i migliori giocatori del mondo. Ne sono esempi il Milan di Silvio Berlusconi, che collezionava Palloni d’oro in squadra e dominava in Europa (ben cinque Champions League sotto la sua gestione). Fino al triplete dell’Inter di Massimo Moratti, con Mourinho in panchina e fuoriclasse come Eto’o e Sneijder in campo.

In seguito, il nostro calcio ha imboccato un cammino d’involuzione inframezzato solo dalle due finali di Champions League giocate (e perse) dalla Juventus (2015 e 2017). Soltanto il recentissimo successo della Roma in Conference (e comunque, a dire la verità, soltanto in parte) ha tamponato il lungo digiuno in chiave europeo. In Italia l’epoca dei presidenti mecenati si è trascinata per parecchio tempo, mentre da altre parti si evolveva. E la fine dei tempi d’oro della nostra economia ha fatto il resto. Dai Mondiali 2006 in Germania è iniziato il declino della nostra serie A. Dapprima lento, poi, dal 2010, inesorabile sul fronte dei risultati. Fino a questo 2022, in cui nessuna squadra italiana è riuscita ad andare oltre gli ottavi di finale in Champions.

I miliardari stranieri e i fatturati che (non) ci sono

È accaduto perché, da una parte, a cambiare il volto del calcio e a spingere l’asticella verso l’alto sono arrivati miliardari di altri Paesi a investire in giro per l’Europa: dal Chelsea di Roman Abramovich, al Psg di Nasser Al-Khelaïfi. Dall’altra alcuni campionati, come la Premier League inglese, hanno svoltato investendo sulle strutture e trasformando le squadre di calcio in aziende. E diversi paesi sono stati evidentemente più bravi dell’Italia ad attirare gli investimenti esteri. I fatturati delle squadre inglesi, oggi, non sono paragonabili a quelli delle squadre italiane. La Juventus è la squadra di Serie A che fattura di più (guarda caso, è tra le poche ad aver già investito su uno stadio di proprietà), con 480,7 milioni per la stagione 2020/2021. Il Manchester City, primo in Inghilterra, arriva a 689,6 milioni. La Juventus, se giocasse in Premier, sarebbe solo al sesto posto per ricavi.

Calcio italiano: la differenza tra Premier League e serie A

Non c’è partita anche per quanto riguarda i guadagni da diritti televisivi. La Premier incassa tre miliardi di euro l’anno, mentre la Serie A naviga poco sopra al miliardo. Come riporta Calcio e Finanza, nel 2020/2021 la squadra che ha incassato di meno in Inghilterra è stata lo Sheffield United, con 105,6 milioni di euro. L’Inter, nella stessa stagione (dove si è laureata campione d’Italia), non è arrivata a 100 milioni. Bastano questi numeri a giustificare un solco che negli anni è diventato sempre più profondo. Ne ha senz’altro beneficiato la nazionale inglese, che è cresciuta di livello e ha ottenuto l’accesso alla semifinale al mondiale in Russia del 2018 e la finale a Euro 2020 (più vari successi a livello giovanile).

Nonostante tutto, però, l’Italia ha ancora tecnici e giocatori di livello. La vittoria agli Europei è stata frutto di un allenatore, Roberto Mancini, che ha proposto un’idea di calcio spettacolare e pragmatica allo stesso tempo. Quella di una squadra in grado di divertire, ma anche di difendersi e pensare al risultato quando serviva. È chiaro che per ritrovare la continuità di un tempo, però, al nostro calcio serviranno riforme, capacità di attrarre investimenti esteri, stadi nuovi. Ancora una volta, però, il parallelo tra l’Italia del calcio e quella economica, delle imprese e delle industrie, c’è. Ci sono il Pnrr, i suoi miliardi, la tradizione e le competenze. Basterebbe semplicemente non rovinare tutto.


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