Referendum Giustizia: a un mese dal voto, ancora nessuno discute

La guerra in Ucraina ha certamente influito mediaticamente su questo oblio: Salvini, tra i promotori dei quesiti, denuncia una “lobby del silenzio”, ma fu proprio lui a sostenere di preferire parlare di flat tax

Urna elettorale per il voto
Pixabay | mohamed_hassan
newsby Lorenzo Grossi12 Maggio 2022


12 giugno 2022. Manca un mese esatto a questa data che dovrebbe avere un significato importante per il mondo della politica. Dopo più di sei anni, infatti, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su un referendum abrogativo. Solitamente, in casi analoghi, c’è sempre un gioco delle parti per cui: chi è favorevole alla proposta dei quesiti referendari fa di tutto affinché abbiano visibilità mediatica, mentre chi è contrario cerca di nascondere il più possibile il dibattito relativo. Del resto, è da decenni che la battaglia non si disputa più sul far conquistare più voti ai Sì o ai No. Quanto piuttosto sul riuscire a mobilitare più della metà dell’elettorato oppure fallire nell’operazione. Originariamente anche i referendum sulla Giustizia avrebbero dovuto seguire mediaticamente questo canovaccio: ce la faranno i promotori dei quesiti a convincere il 50% + 1 degli aventi diritto al voto a recarsi ai seggi elettorali?

Referendum sulla Giustizia: lo scoppio della guerra in Ucraina 8 giorni l’ok della Consulta

Una domanda, quest’ultima, che invece sostanzialmente non è stata neanche posta. Le coincidenze temporali non sono state fortunatissime, dal punto di vista dei promotori: Radicali Lega in primis. Non appena il 16 febbraio scorso la Corte Costituzionale diede il via libera ai referendum sulla Giustizia, infatti, la campagna referendaria non ebbe nemmeno il tempo tecnico di potere partire sui media. La guerra in Ucraina, scoppiata il 24 di quel mese fece (quasi) inevitabilmente oscurare sui media tutta la propaganda da ambo gli schieramenti del Sì e del No. Per quasi tre mesi tutte le discussioni sulla proposta di riforma del Csm, di separazione delle carriere e dei limiti della custodia cautelare sono state messe sotto il tappeto. Al momento sembrerebbe difficile che possano riemergere a 31 giorni dal voto.

Salvini sente aria di flop?

Un oblio che lo stesso Matteo Salvini aveva cercato di spiegare così in un’intervista al Corriere della Sera del 14 aprile: “I primi 5 titoli dei tg sono sulla guerra, il sesto e sul Covid, il settimo sulle bollette. Parlare di separazione delle carriere dei magistrati è difficile: per questo preferisco parlare di casa, di risparmi e magari flat tax. Il leader della Lega era in primissima fila nella raccolta delle firme ed esultò per l’ok della Consulta ai cinque quesiti. “Vittoria! Il centrodestra non ci è mai riuscito in 30 anni!”. Salvo poi lentamente smarcarsi da quella battaglia, quasi come se annusasse aria di flop. Poi, altro contrordine il 7 maggio. Ci sarebbe, secondo lui, “una lobby del silenzio della politica, del giornalismo, di certa magistratura”, nonostante “la certezza di tutti, da destra, sinistra, che la giustizia in Italia non è competitiva”.

Adesso cominceranno in tv diversi dibattiti tra il Sì e il No

Che cosa potrà succedere da qui a un mese? Due sono le variabili impazzite. La prima è se i Radicali decideranno di attuare quel boicottaggio (già minacciato) sui referendum sulla Giustizia in polemica sia nei confronti della decisione del governo di non spalmare la consultazione su due giorni sia in quelli della Rai, criticata per il ‘mutismo’ sull’argomento. C’è da ricordare, tra l’altro, che per legge la televisione di Stato dovrà imbastire nei prossimi giorni una serie di dibattiti tra i sostenitori del Sì e del No.

La seconda variabile riguarda il percorso parlamentare della riforma Cartabia. Se il Senato dovesse confermare a breve le nuove norme sull’elezione del Csm, potrebbe esserci un nuovo passaggio alla Corte Costituzionale per vedere se le modifiche andranno a incidere sostanzialmente sui cinque quesiti referendari e se quindi uno o più di essi non saranno celebrati. Un elemento che potrebbe nuovamente scompaginare le carte in ottica affluenza. La domanda è: il prossimo 12 giugno si recheranno alle urne almeno 23.207.903 elettori (numero più, numero meno)? Tra un mese esatto, avremo la risposta ufficiale.


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