Parlamento: Camere sciolte ma resta il vitalizio, ecco perché

Il 21 luglio si sono sciolte le Camere, ma il Parlamento continuerà a lavorare fino ad elezioni e oltre: questo salverà il vitalizio di tutti

Un'immagine del Parlamento, nello specifico della Camera dei Deputati
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newsby Marco Enzo Venturini22 Luglio 2022


Il Governo è caduto, Mario Draghi non è più il presidente del Consiglio e il 25 settembre si andrà a votare. Nonostante questo, però (e nonostante Sergio Mattarella abbia sciolto le Camere), lo stipendio dei membri dell’attuale Parlamento è salvo. E soprattutto, lo è il “vitalizio”, ossia l’intera pensione garantita a deputati e senatori che abbiano lavorato per un’intera legislatura. Perché? La risposta è nella Costituzione.

I lavori che il Parlamento farà a Camere sciolte

Come tutti i comunicati del Presidente della Repubblica che si sono alternati in questi giorni hanno ribadito, la politica non si fermerà nei due mesi che ci separano dalle elezioni. Non si ferma il Governo, che “rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti“, e non si ferma nemmeno il Parlamento. Quest’ultimo è infatti un organo permanente della nostra Repubblica, e questo inciderà anche sul fatidico vitalizio.

Se infatti il Governo dovrà provare a salvare il Pnrr ed emettere quei provvedimenti che hanno carattere di “necessità e urgenza“, compito del Parlamento resta quello di discuterli in Aula. Lo faranno peraltro in base al calendario dei lavori che le conferenze dei capigruppo di Camera e Senato continueranno a stilare. E sarà così fino a che le nuove Camere non saranno composte in base ai risultati delle prossime elezioni.

Quando scatta il vitalizio: il contenuto della Costituzione

E proprio qui rientra il discorso sul vitalizio. La pensione per chi fuoriesce dal Parlamento (erogata a partire dal compimento del 65esimo anno d’età) copre l’intera durata della legislatura (5 anni) se i lavori in Aula si sono protratti per quattro anni, sei mesi e un giorno. E partendo dalla data in cui si sono sciolte le Camere (21 luglio) questo porterebbe alla data del 24 settembre. Un giorno “sospetto”, visto che si vota il giorno dopo.

La realtà, però, è che questo conteggio è sbagliato. Lo si capisce leggendo l’articolo 61 comma 2 della Costituzione. “Finché non siano riunite le nuove Camere, sono prorogati i poteri delle precedenti“, spiega infatti il testo. Questo significa che deputati e senatori eletti nel 2018 lavorano in proroga fino al momento in cui non c’è qualcuno che li possa sostituire per legge. Quindi dopo le prossime elezioni, e oltre. Non si deve infatti calcolare il momento del voto, ma quello del nuovo insediamento di Camera e Senato. Che può avvenire minimo 20 giorni dopo le elezioni, e quindi a partire dal 15 ottobre. Ben 21 giorni dopo che il diritto a percepire il vitalizio sarà scattato.


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