ESCLUSIVA – 70 anni di Vittorio Sgarbi, sfida a Berlusconi: “Donne? Vinco io”

Intervista a tutto tondo al critico d’arte per eccellenza, tra riflessioni su politica, religione, tv, mafia, donne, Covid e guerra in Ucraina: “Vivo senza pensare a quello che dovrà accadere”. Poi, svela quale regalo desidererebbe ricevere

Vittorio Sgarbi, critico d'arte
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newsby Lorenzo Grossi5 Maggio 2022


Vittorio Sgarbi compie 70 anni. È molto difficile (se non impossibile) riassumere in poche righe la vita di una persona che non può essere derubricata a semplice storico e critico d’arte. Ma nemmeno solo a saggista, professore universitario, direttore artistico, regista teatrale, politico, conduttore, personaggio televisivo e opinionista italiano. Molto probabilmente, come sostiene lui stesso, Sgarbi è un’autentica “opera d’arte”.

Nato a Ferrara l’8 maggio 1952, figlio dei farmacisti Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, Vittorio assurge agli onori della cronaca alla fine degli anni ’80. In quel periodo, infatti, si affermò come ospite ricorrente del Costanzo Show. Nel salotto televisivo del Parioli, Sgarbi alternava lezioni d’arte a pesanti dispute verbali nei confronti di altre persone presenti in studio. Le sue liti in tv sono diventate memorabili nel corso dei decenni. Non basterebbe un’intera pagina di giornale per elencare tutte le persone che hanno avuto a che fare con l’ira funesta del Professore. L’ultimissima, in ordine di tempo, è stata il round contro Giampiero Mughini.

La passione per l’arte, certo, ma anche quella per la politica ha contraddistinto la sua intera esistenza: deputato, europarlamentare, assessore, sottosegretario e sindaco sono gli incarichi pubblici che (anche più volte) ha ricoperto. Ora è primo cittadino di Sutri (Viterbo) e si racconta a 360 gradi in esclusiva per Newsby.


Vittorio Sgarbi: “Dovrei morire tra circa 14 anni”

Professore, come si sente in questi giorni nei quali festeggia questa importante tappa anagrafica?

«Quando mi chiedono “Come stai?”, rispondo “Bene… quando ero vivo”. Come se io fossi già nell’aldilà. Comunque, sono ancora qua. Naturalmente non è chiaro quanto ci rimarrò. Secondo una suora con le ali mantovana, la mia fidanzata di allora (che ha la mia età ed è ancora viva) doveva morire a 78 anni. Per me, ne predisse 84».

Insomma, c’è ancora tempo.

«La data non è propizia, perché indica che ho vissuto più di quanto vivrò. Però, la situazione è questa. Si compiono 70 anni e si comincia a valutare quello che occorre lasciare o, anche in modo irrazionale e incosciente, vivere come vivo io la giornata. Ogni giorno faccio qualcosa, senza pensare a quello che dovrà accadere. Vivo in maniera molto serena. Il mio stato d’animo è questo».

Quale bilancio può trarre dei suoi primi sette decenni?

«La mia vita è stata un’opera d’arte. Di fatto, la varietà di cose che io ho fatto le ho realizzate ognuna nel settore che va dalla letteratura, alla critica, alla storia dell’arte, alla politica, alla televisione, al giornalismo. Ma in realtà potevo essere un performer. Avrei potuto fare l’artista, diventando una sommatoria di tutte le mie facce. Probabilmente questa totalità la faranno i postumi. Ma in me c’è il germe di un artista che si è espresso al di là delle singole professioni o funzioni che ho svolto».

I maestri e il suo monumento per l’aldilà

Si ricorda qual è stato il suo primo approccio all’arte? Quali sono stati i suoi maestri?

«Sono tutti morti. Uno era un ultranovantenne, Mario Lanfranchi, che era un grande collezionista di Parma: è stato il primo regista che ha fatto opera lirica in televisione. Poi ci sono Bruno Cavallini (lo zio di Vittorio Sgarbi ndr), che era nato nel ’20 ed è deceduto a 64 anni, e Francesco Arcangeli, di Bologna, mio professore universitario: nato nel ’15, se n’è andato nel ’74. Per cui, io sono già più vecchio di alcuni miei maestri».

Qual è l’ambito in cui si è trovato sempre a proprio agio?

«L’unica cosa che mi è sempre piaciuta non è la figa, che pure è sempre stata dominante. Quello che è rimasto inalterato è la ricerca di opere d’arte. La scoperta, la caccia. È qualcosa che ha che fare sia con lo studio sia con il ritrovamento di opere che hanno consentito a me di fare una Fondazione già attiva, che in questo momento ha la sua collezione esposta ad Ascoli Piceno, al Palazzo dei Capitani, e andrà avanti. È stata in Messico e in Spagna».

È quindi una sorta di suo testamento spirituale?

«Ho creato una casa fisica del mio pensiero: oltre a quello che c’è nei libri, ci sono anche le opere. La ricerca è stata una ricerca di amici dispersi, un’accoglienza profughi: una comunità di Sant’Egidio delle opere d’arte. Rimane una specie di piccolo monumento che ho predisposto per l’aldilà».

La politica e la televisione per Vittorio Sgarbi

Come è nata, invece, la passione per la politica?

«Ho sempre respinto l’idea di tanti moralisti, come Giulia Maria Crespi, per cui avrei dovuto fare solo il critico d’arte. Ho fatto tante cose, con una versatilità che non presuppone che una potesse prevalere sulle altre. I tempi hanno favorito questo sincretismo di diverse identità. È difficile, quindi, sostenere che una cosa mi abbia passionato più di altre».

E tra queste tante cose, naturalmente, non è mancata per niente la tv.

«Di fatto, la mia epoca ha coinciso con lo sviluppo di una televisione che non era più soltanto quella dei programmi chiusi, ma era quella i talk show. Io ho inventato i reality: sono l’unico personaggio che si comporta in televisione esattamente come si comporta nella vita. Ho avuto poi anche diversi seguaci».

Quale fu l’evento scatenante che diede vita alle tante liti in tv di cui lei è stato protagonista?

«Non nascevano da una sceneggiatura, ma da una mia consapevolezza che si era espressa una volta in politica con Berlusconi. Un giorno venne in Parlamento e disse ad alcuni suoi colleghi: “Ho dei problemi, perché ho nei confronti di tutti i parlamentari un complesso di superiorità”. E io gli risposi: “Io invece sono superiore senza complessi”. La mia natura è questa. Nel confronto con gli altri sono naturalmente superiore. Il mio modello culturale che è Cassius Clay. Io in televisione, quando ho davanti o qualcuno, o quello accetta la legge del più forte oppure lo bastono. In questa logica, la bastonatura non è una volontà di polemica, ma la consapevolezza di avere una forza che deve essere rispettata. Altrimenti si tratta di lesa maestà. Io affermavo quello che ero. Cosa che non era chiara, ai tempi. E quindi occorreva chiarirla».

Mike Bongiorno e Letizia Battaglia: due delle tantissime liti in tv

Tra le molte risse, ne è rimasta qualcuna ancora inedita?

«Una di cui si è sempre parlato pochissimo è stata quella con Letizia Battaglia, che feci piangere al Costanzo Show. Era assessore alla Vivibilità di Palermo e aveva fatto mettere delle panchine disegnate da Ettore Sottsass in piazza Garraffello. Nacque una lite furibonda. Non l’ho più rivista da allora. Mi sono dispiaciuto per la sua morte».

Probabilmente quella più ricordata è quella dello schiaffo di D’Agostino, ma qual è stato l’“avversario” che si è battuto meglio con lei?

«Mi sono incazzato con una quantità sterminata di persone, ma sempre e solo sul punto. Senza avere nulla contro nessuno. Con Mike Bongiorno ci fu un match meraviglioso, durato 12 minuti: lui ne aveva tagliati 8, che poi Antonio Ricci ha recuperato in Striscia La Notizia. Dimostrò una capacità sublime di incassare, ma gli ho dato una quantità di “pugni” che era senza precedenti».

In cosa consisteva quella discussione?

«Pretendeva che io mi scusassi per avere detto che la lava aveva fatto bene a distruggere delle case di speculazione edilizia costruite sull’Etna. Io non ce l’avevo naturalmente con la popolazione, ma con l’abusivismo. Quindi dissi una cosa che ritengo tutt’ora giusta. Anche perché poi si scoprì che quelle case erano state costruite dalla mafia. Mi ero molto divertito con Mike. È il campione di un modello che io ho applicato in maniera molto sistematica».

La recente polemica sulle parole di Barbareschi

A proposito di mafia, non crede che sia stata esagerata l’espressione usata recentemente da Luca Barbareschi, proprio a Sutri, sulla “mafia dei froci e delle lesbiche”?

«In realtà è stata utile per fare attirare l’attenzione sull’inaugurazione della mostra “Eccentrici e solitari”. Il suo riferimento specifico era sull’influenza di alcuni mondi sul cinema e della limitazione della libertà creativa. Io ho detto cose contro il sistema mafioso dell’arte, ma non condivido la sua posizione così brutale rispetto a un fenomeno naturale che è quello dell’omosessualità. Andando avanti con gli anni, mi sono reso conto che l’omosessualità non è una scelta (per la quale uno diventerebbe un peccatore), ma è Dio ad avere creato una persona tale. Che poi il mondo omosessuale, per difendersi, abbia creato delle lobby, nel cinema e nel teatro, spiega la posizione estremistica e così poco elegante di Barbareschi. Ma è un fatto che riguarda lui. Non devo essere io ad autorizzarlo né a censurarlo. Io non avrei utilizzato quel tono. Ma il suo significato, una volta tolta la brutalità, è abbastanza chiaro».

Giustizia e religione: le riflessioni di Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi, lei invece non si è mai pentito di alcune sue dichiarazioni contro la magistratura?

«Io ho individuato per primo la malattia della giustizia. L’azione giudiziaria di Di Pietro era un’azione politica e che ha portato alla sparizione dei partiti per avere i 5 Stelle, che sembrano un albergo, o nomi strani come Forza Italia o Fratelli d’Italia. Sono stato l’unico a votare in Parlamento per non cancellare l’immunità parlamentare. In fin dei conti, ho solo assunto delle posizioni totalmente solitarie, ma che poi alla fine sono risultate profetiche. Sono primatista mondiale delle querele: ne ho ricevute 680 e ne ho vinte 560. Sono abituato a stare dalla parte più difficile, che poi è quella che mi diverte di più. Ho combattuto senza paura per rappresentare delle posizioni per cui l’azione giudiziaria era un atto di prepotenza, soprattutto».

Una volta Cecchi Paone, per schernirla, disse che lei fosse un “cattolico doc”: è veramente così?

«Sono un cristiano, che sembra ateo. Perché ho una convinzione profonda nei valori della civiltà cristiana, mentre ho qualche dubbio sull’esistenza di Dio. Per cui ho elaborato una teoria unica. Di solito, infatti, la gente dice di credere in Dio, ma poi non è tanto d’accordo con la Chiesa. Invece io credo più alla Chiesa che a Dio. La Chiesa è una struttura che ha grande forza e tradizione, capace di vivere anche senza Dio. Per cui sono cristiano in senso clericale».

Gli animali che hanno caratterizzato il suo lessico

Parliamo di animali: il termine “capra” sarà destinato ad appartenere a lei per sempre?

«Nel mondo televisivo, sono poche le persone rimaste nella memoria con una sola parola. Ci sono Mike Bongiorno con “Allegria!” e io con “Capra!”. Non l’hanno fatto Pippo Baudo o la Carrà. Quelle diventano delle parole d’ordine che identificano dei personaggi e le loro storie. Poi è chiaro che il mio è un mondo di visione di parole. E questa è una parola sintetica che mi viene associata soprattutto da parte dei giovani».

Un altro animale che l’ha caratterizzata negli ultimi mesi è stato lo scoiattolo: come considera l’operazione “Berlusconi al Quirinale” con il senno di poi?

«Si è affermato che l’unico ad avere parlato chiaro a Berlusconi sono stato io. Ero contrario alla sua candidatura, perché la ritenevo pendente, e avevo proposto Draghi. Ma siccome avevano voluto assecondare una possibile ambizione di Silvio, o ingannarlo, gli avevano fatto credere che sarebbe stato possibile. Io gli ho dato prova della mia amicizia e della mia fedeltà nei confronti di questa sua volontà, dimostrando in modo matematico che era impossibile che diventasse Presidente».

E così è partito il giro di telefonate, giusto?

«Ho chiamato uno per uno i parlamentari per verificare che gli 80 voti che servivano non c’erano. Non si sarebbero trovati nemmeno nel gruppo complessivo del centrodestra quelli sufficienti per votarlo. O si cominciava quella campagna sei mesi prima, altrimenti all’ultimo momento sperare che più della metà dei 150 deputati contattati votasse Berlusconi era un’utopia. I voti vanno presi uno per uno; non cascano per grazia divina. Il mio metodo era quello di telefonare e avvicinare i grandi elettori a Berlusconi per farli parlare, in modo tale da fare incontrare l’unico parlamentare che non conosce i suoi colleghi».

Il confronto con Berlusconi

Ma tra lei e Berlusconi chi ha avuto più successo con le donne?

«Io. Non sono mai stato vittima delle donne; a lui, mi pare, poteva dargli peggio. Al suo ultimo non matrimonio gli ho spiegato: “Ci sono uomini come te, occupati dalle donne, e ci sono uomini come me, visitati dalle donne. Tu sei stato fatto prigioniero, mentre io sono stato lasciato libero”».

Il Cavaliere ha commesso qualche errore, in questo senso?

«Sì, sicuramente ha sbagliato qualcosa. Aveva meno pratica. Io mi sono educato meglio».

Veniamo alla stretta attualità: che cosa ha capito del Covid? Non pensa di avere esagerato in qualche sua esternazione sul tema?

«Io penso che il Covid sia stata una vera e propria guerra contro la libertà. E, per l’umanità, è stata una vera guerra mondiale. Guerra che poi è finita in modo così ambiguo, con una sorta di armistizio».

E invece sulla “vera” guerra, quella in Ucraina, che cosa pensa?

«È un errore fatale di Putin. A cui, però, gli Stati Uniti hanno risposto con una mancanza totale di capacità interlocutorie sul piano diplomatico. È evidente che stanzi 33 miliardi sulla guerra, vuol dire che vuoi andare avanti per dieci anni. Putin ha trovato una totale mancanza di lucidità di Biden e di molti altri Paesi europei. La mia posizione è identica a quella di Santoro e dei pacifisti più agguerriti. “Pacifista agguerrito” è un’antinomia, ma vuol dire che tu devi bloccare la guerra, non favorirla. La pace è meglio della guerra. E la pace non si ottiene armando un popolo per reagire e resistere a un altro violento. Bisogna impedire al violento di essere tale per via diplomatica. Io credo che Biden sia responsabile almeno quanto Putin».

Il regalo preferito da Vittorio Sgarbi

Quale sarà il suo migliore lascito?

«Ho rappresentato una dimensione popolare dell’arte. Sono stato quello che, più di tutti, ha fatto uscire l’arte dal ghetto e l’ha fatta diventare un bene per tutti. O perlomeno per bocca di molte persone che ho incontrato».

E invece qual è stato il suo più grande errore?

«Sbagli fatali non li riconosco: perché, in linea generale, la mia è una vita riuscita. Sono un uomo felice, non mi posso permettere di lamentarmi di nulla. Non ho avuto delusioni o fallimenti. Quindi, evidentemente, non ho commesso errori gravi. Però, può darsi pure che avrei potuto fare di più, non si può escludere».

Infine: che regalo desidererebbe ricevere Vittorio Sgarbi per il suo compleanno?

«Odio i regali. Quando mi arrivano dei pacchi, non li apro neanche. Preferisco guadagnare del denaro e comprarmi quello che voglio io piuttosto che attendere che mi regalino alcune cose che piacciono all’umanità. L’unico dono che vorrei è un dipinto di Giovanni Bellini, che non ho mai trovato. Ma sarà difficile che qualcuno me lo regali…».


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