Berlusconi: 10 anni fa, la fine del suo ultimo governo. E adesso?

Le dimissioni del Cavaliere da presidente del Consiglio avvennero il 12 novembre 2011, tra le liti con Tremonti, le risate di Merkel e Sarkozy e l’esplosione dello spread. Ora può davvero sognare il Quirinale?

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newsby Lorenzo Grossi12 Novembre 2021


Sabato 12 novembre 2011, ore 21.42, Roma, Palazzo del Quirinale: Silvio Berlusconi non è più il presidente del Consiglio. Ha consegnato le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un atto formale che segna la fine dell’esperienza governativa più longeva dal secondo dopoguerra ad oggi (1284 giorni). Al Colle si lavora in silenzio. Fuori è il tripudio. Migliaia di persone hanno atteso la notizia per ore, festeggiando e contestando al tempo stesso. Lo aspettano. Ma Berlusconi, nel giorno della fine del suo governo. non le potrà vedere. È andato via da un’uscita secondaria per evitare la folla.

Del resto, gli hanno urlato di tutto al suo arrivo (“buffone”, “ladro”, “in galera”) e qualcuno gli ha tirato centesimi di euro. Una scena che non può non riportare alla memoria il 30 aprile del 1993, quando l’uscita di scena di Bettino Craxi fu accompagnata dallo stesso gesto, monetine fuori dall’hotel Raphael di Roma all’indirizzo del leader socialista. Ma che cosa successe nei mesi precedenti?

Agosto 2011: l’inizio della crescita dello spread e la lettera della Bce

L’estate e la prima parte dell’autunno 2011 furono e vero un proprio calvario per l’Italia in termini finanziari. Il 3 agosto lo spread supera la soglia dei 300 punti. L’edizione tedesca del Financial Times lancia ufficialmente Mario Monti come il post governo Berlusconi. “Asciutto, obiettivo, minuzioso, ligio alle regole e un po’ rigido, Monti ha tutte le qualità che mancano a Berlusconi”.

Quando, tra il 4 e il 5 agosto, lo spread arriva a sfiorare i 390 punti, al governo italiano arriva anche la lettera durissima della Bce, inviata dal presidente Jean Claude Trichet e dal successore in pectore, Mario Draghi. Le richieste della Bce sono lette da tutti i commentatori come condizioni da rispettare per evitare la bancarotta del paese: si chiede tra l’altro al governo di anticipare al 2013 il pareggio di bilancio e di raggiungere un deficit pubblico pari all’1% del Pil già nel 2012, con una manovra di tre punti (pari a una cinquantina di miliardi di euro) in un solo anno. La lettera incendia il dibattito politico per settimane. L’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i cui rapporti personali con Berlusconi erano ormai agli sgoccioli, affermerà che quella stessa lettera (in realtà) venne richiesta e scritta direttamente in Italia.

Le risate di Merkel e Sarkozy anticipano la fine dell’ultimo governo Berlusconi

Lo spread si stabilizza fino alla fine del mese. Poi, ai primi di settembre, riprende la sua corsa e diventa incontrollabile anche perché da Standard & Poor’s arriva per l’Italia il temuto downgrade. La reazione dei mercati sui titoli italiani è durissima con i Credit default swap, termometro dei rischi di fallimento di un paese, che balzano alle stelle.

Ottobre trascorre allo stesso modo, con lo spread sull’ottovolante. Il 23 ottobre Francia e Germania lanciano l’ultimatum a Berlusconi: “Attui subito le misure per debito e crescita”. E fa subito il giro di web e tv il video in cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy da Bruxelles rispondono alle domande dei giornalisti al termine di una riunione del Consiglio europeo. Ai due leader viene chiesto se hanno fiducia nel presidente del Consiglio italiano. Merkel, leggermente imbarazzata, fa timidamente cenno di sì, ma subito dopo incrocia lo sguardo eloquente di Sarkozy ed entrambi scoppiano a ridere. È poi il presidente francese a spiegare: “Abbiamo fiducia nell’insieme delle autorità italiane, nelle istituzioni politiche, economiche e finanziarie del paese”.

Il passaggio di consegne tra il Cavaliere e Mario Monti

Dall’ottovolante si passa all’impennata di novembre, quando il differenziale Btp-Bund tocca il suo record storico a quota 574 punti. È il 9 novembre e, due giorni dopo, Napolitano nomina Monti senatore a vita. Soltanto l’8, con il voto sul Rendiconto alla Camera, Berlusconi capisce che il suo governo non ha più la maggioranza assoluta. Tre giorni dopo, Silvio Berlusconi sale al Colle per dimettersi: il 12 novembre 2011 il Cavaliere getta la spugna al termine di una giornata tesissima. Quel giorno Berlusconi e Monti si incontrano a Palazzo Chigi per un colloquio di due ore dedicato a fare il punto su programma e lista dei ministri. Il 16 novembre il presidente della Repubblica nomina Monti a capo di un governo tecnico. Lo spread scenderà a 368 punti il 6 dicembre. Ma l’anno terminerà con il differenziale di nuovo sopra quota 500.

Berlusconi può davvero diventare Presidente della Repubblica?

Oggi come oggi, quanto è seria la candidatura di Berlusconi a Presidente della Repubblica? Una sua ascesa al Colle, in questo momento, è assai complicata. Ma non impossibile. Il Corriere della Sera aveva fatto i conti. In tutto il centrodestra ha 451 voti; 54 in meno di quelli necessari per la maggioranza assoluta, sufficiente dal quarto scrutinio in poi. Questo conto dà per scontato che dal primo all’ultimo dei parlamentari e dei delegati del centrodestra votino per Berlusconi, quando la storia insegna che raramente le coalizioni si dimostrano compatte nell’elezione del Presidente della Repubblica, che si tiene con il voto segreto. Rimarrebbero poi i 43 elettori di Italia Viva, più altri partiti di centro più piccoli e soprattutto il Gruppo Misto, che ha una cinquantina di parlamentari, principalmente fuoriusciti da altri partiti.

Sembra comunque un’operazione difficilissima. Non solo per i possibili franchi tiratori, ma anche per l’ostilità che susciterebbe in più o meno metà della popolazione, oltre che su un bel pezzo della stampa. Nonostante negli ultimi anni Berlusconi si sia allontanato dalla quotidianità politica e abbia provato a costruirsi un’immagine più istituzionale, rispettabile e quasi saggia, guadagnando probabilmente un po’ di credito anche fuori dal suo elettorato storico, rimane una figura estremamente divisiva in Italia. Quel Quirinale che si lasciò alle spalle dieci anni fa esatti, potrebbe ancora restare lontano.


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