Coronavirus, testimonianza di Nadia dal Brasile: “Favelas aree più colpite”

"Manca tutto, lo Stato è assente. In 40 milioni non hanno nulla". Situazione difficile in Brasile durante il Coronavirus: "Non abbiamo test, a San Paolo è difficile tenere le persone in casa"

newsby Giulia Torbidoni21 Maggio 2020



Nadia Fossa è una traduttrice e consulente brasiliana per aziende italiane che vive a San Paolo e racconta la sua testimonianza su quello che è successo e che sta capitando in Brasile durante questa emergenza del Coronavirus. “Le zone più colpite dal virus sono quelle più povere, che sono le più esposte. Parlare di distanziamento sociale nelle favelas è ridicolo, perché magari in una stanza vivono anche in dieci persone. Nelle favelas non c’è nulla. Lo Stato non è presente: manca acqua, servizi di igiene, le ambulanze, il cibo. Quindi, ci sono le Ong e altre persone che aiutano e fanno nelle favelas il lavoro che lo Stato non fa. L’unica politica è un aiuto di 600 reais, pari a 100 euro. Non è molto, ma almeno le persone riescono a mangiare. Non è ancora arrivato a tutti, parliamo di 40 milioni di persone”.

Non solo Coronavirus: “In Brasile manca coordinamento federale”


Nadia continua a raccontare come in Brasile si stia vivendo questa delicata fase del Coronavirus anche per quanto riguarda la complicata gestione politico-sanitaria. “In Brasile abbiamo non solo il Coronavirus, ma anche una crisi politico-economica. Non abbiamo un coordinamento a livello federale di tutti gli Stati, che arrivi dal Presidente della Repubblica e dai suoi ministri. Ora abbiamo un ministro della Salute che è un militare. Per numero di casi il Brasile è il terzo, San Paolo è l’epicentro dei casi. Non abbiamo i tamponi”, dice Nadia. “Non c’è il lockdown, a San Paolo stanno cercando altre modalità per tenere le persone a casa. Se l’obiettivo è avere a casa il 70% delle persone, qui non si riesce a superare il 50%. Hanno anticipato tutte le feste dei prossimi mesi, ad esempio. Oppure hanno stabilito la regola delle targhe alterne per uscire di casa, ma le persone poi prendevano i mezzi pubblici. Peggio pure”.


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