Bolsonaro, Brasile dalla festa all’incubo golpe: come ci si è arrivati

Bolsonaro, che in primavera aveva cambiato unilateralmente sei ministri, ora mette nel mirino la Corte Suprema: è una visione che coltiva da almeno 20 anni

Bolsonaro passeggia per Roma
Jair Bolsonaro
newsby Marco Enzo Venturini8 Settembre 2021


Un giorno di festa nazionale che si tramuta in un vero e proprio incubo. Perché assume pericolosamente i toni di un Paese che potrebbe ripercorrere passi già percorsi durante la sua storia, e abbandonare i binari della democrazia. È il 7 settembre, giorno dell’indipendenza del Brasile dal Portogallo. Ma che, nell’edizione del 2021, ha chiaramente fatto percepire l’allarme di un golpe da parte del presidente Jair Bolsonaro.

La minaccia di golpe durante la festa nazionale

Il tutto si è concretizzato nel comizio che ha avuto luogo nella capitale Brasilia in occasione della festa dell’indipendenza. Qui Bolsonaro ha parlato alla folla acclamante facendosi accompagnare da due centralissime figure politiche. Che però sono ricoperte da due generali dell’esercito, ossia Hamilton Mourao (attuale vicepresidente) e Walter Braga Netto (il ministro della Difesa). Ancora più allarmante, però, il contenuto delle sue esternazioni.

Bolsonaro, infatti, se l’è presa con la Corte Suprema, rea a suo giudizio di aver prodotto troppi mandati d’arresto nei confronti di esponenti dell’attuale governo. In particolare nel mirino del presidente c’è Alexandre de Moraes, curatore di un’inchiesta sugli atti contrari a istituzioni e democrazia che vanta già svariati arresti. “Non accettiamo arresti politici. Nessuno a Brasilia può imporre la sua volontà. Rischiamo di dover fare quello che non vogliamo, e attualmente la Corte suprema federale non ha più credibilità per aver ragion di essere“, sono state le sue preoccupanti dichiarazioni. Che suonano come una concreta minaccia di golpe.

Bolsonaro: una carriera che parla chiaro

Del resto tutto il percorso politico di Bolsonaro parla per lui. Allievo dell’Accademia Militare, è entrato nell’esercito raggiungendo i gradi di capitano. Da lì il passaggio in politica, con un occhiolino mai nascosto al regime militare che controllò il Brasile. E anzi un elogio pubblico a tale regime arrivò, da deputato federale, già nel lontano 1993. Poi la lenta scalata alla presidenza, completata nel 2018 grazie a un programma politico basato su ideologie populiste, idee di estrema destra e con l’avallo della comunità cristiana evangelica.

Arcinote le sue posizioni maschiliste, anti-LGBTQ+ e anti-ambientaliste (grave, in Brasile, il suo disinteresse a preservare la foresta amazzonica), le polemiche sono aumentate a dismisura in epoca di Covid. Bolsonaro, che pure è stato contagiato dal virus, ha spesso negato addirittura l’esistenza della pandemia. Costante il suo no a misure di prevenzione come lockdown, mascherine e distanziamento sociale e molto controversa la posizione sul vaccino. In patria è stato infatti accusato più volte di genocidio dai suoi oppositori.

Tutte le polemiche sulla presidenza di Bolsonaro

Avvisaglie di un clima sempre più pesante risalgono peraltro già alla scorsa primavera, quando Bolsonaro ha di fatto deciso unilateralmente di cambiare sei ministri, tra cui quello degli EsteriErnesto Araujo, e quello (molto importante) della Difesa. Quest’ultimo, il generale Fernando Azevedo e Silva, secondo le ricostruzioni dell’intera stampa brasiliana è stato destituito per aver impedito un’azione coordinata delle Forze armate sul Parlamento e la Corte suprema. In seguito a tale azione, in Brasile si sarebbe proceduto a dichiarare lo “stato di eccezione” e il presidente avrebbe ottenuto i pieni poteri.

In altre parole, i comandanti delle tre Forze armate sono stati rimossi in contemporanea. Una situazione che in Brasile non si verificava, guarda caso, dai tempi della dittatura militare. E la presenza proprio del nuovo ministro della Difesa al fianco di Bolsonaro nel suo discorso contro la Corte Suprema lascia presagire che la “visione” di Bolsonaro potrebbe essere vicina a concretizzarsi. Ossia quella di un uomo che, nel 1999, disse: “Le cose cambieranno quando faremo ciò che il regime non fece. Cioè uccidere 30 mila persone. Incluso qualche innocente, ma così funziona in guerra“.


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