Ucraina, la guerra affossa gli allevatori italiani: “Un quarto può chiudere”

"Il costo del mangime è quasi raddoppiato, ma sulla guerra in Ucraina ci sono anche speculazioni. Gli animali però devono mangiare", spiega Bruno Mecca

newsby Redazione14 Marzo 2022



Siamo una categoria abituata a soffrire. Ma quando i conti non tornano non si può andare avanti per tanto. Potremo resistere per un mese, un mese e mezzo“. Così Bruno Mecca, allevatore piemontese che, con la guerra in Ucraina, sta subendo come tutti i colleghi l’aumento spropositato dei prezzi per il mangime.

L’aumento dei prezzi dopo la guerra in Ucraina

Il suo settore è uno tra quelli che più severamente l’emergenza in Ucraina ha investito. “Purtroppo la situazione è diventata pesante – ha ammesso Mecca –. Già con la pandemia erano aumentati i prezzi. Con la guerra in Ucraina sono aumentate le difficoltà ad approvvigionare i prodotti, così i prezzi sono schizzati alle stelle. Parliamo di un più 100% del costo della soia, un 70% del mais e un 40% della crusca“.

Buona parte di queste materie prime proveniva proprio dall’Ucraina o dalla Russia. E le conseguenze, secondo Mecca, sono evidenti: “Questo porta le aziende a essere in serie difficoltà a pagare le fatture di mangime. Il mais è passato da 23-24 euro a 40-41 euro al quintale. La soia è passata da 30-35 a superare i 50 euro. Stesso discorso per la crusca, dai 20 circa agli oltre 30“.

Un settore sull’orlo del baratro

Quindi Mecca ha parlato della sua attività e di come è cambiata dopo lo scoppio della guerra in Ucraina: “La mia azienda ha 180 animali. Prima di mangime pagavo 30 euro al quintale, ora è diventato 50 nell’ultima fornitura. Questo è un impatto non da poco, perché i costi di mantenimento sono quasi raddoppiati. Non possiamo permetterci di non dare mangime, perché non è una fabbrica dove decidere se aprire o chiudere. Io da mangiare agli animali devo dargliene comunque“.

Ma da parte dell’allevatore è arrivato anche un atto di accusa al sistema economico. “La situazione più grave è che a noi nessuno paga i bovini di più. Questo nonostante abbiamo notato l’aumento dei costi anche a carico del consumatore. Noi investiamo nel territorio. Importare significa non tutelarci, ma anche inquinare – ha spiegato Mecca –. Oggi un’azienda su quattro è data in chiusura, io temo siano anche di più. Se la guerra in Ucraina andrà avanti, e con essa le speculazioni, le nostre aziende saranno in seria difficoltà“.


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