Petrolio, prezzi ai minimi da 15 giorni: il Covid in Cina mette ora paura a tutti

Il rischio lockdown (anche a Pechino) mette i mercati in allarme. Il crollo del costo della benzina non può poi essere considerato un’ottima notizia. Ecco i motivi

Un monumento in Cina
Foto | Pixabay lzwql
newsby Lorenzo Grossi26 Aprile 2022


La giornata fortemente negativa per il petrolio, che è crollato ai minimi da circa due settimane, è direttamente collegato a quello che sta succedendo in Cina con il Covid. Il calo degli scorsi sette giorni dipende infatti dalla preoccupazione che le prolungate chiusure a Shanghai e gli aumenti dei tassi di interesse da parte della Fed negli Usa possano danneggiare la crescita economica globale e la domanda di oro nero.

Il Wti cede il 4,20% a 97,8 dollari al barile, il Brent il 4,07% a 102,32 dollari. A Shanghai, le autorità hanno alzato recinzioni all’esterno degli edifici residenziali, suscitando nuove proteste dei cittadini. A Pechino molti hanno iniziato a fare scorte di cibo, temendo il lockdown dopo la notizia di alcuni casi. “Sembra che la Cina sia l’elefante nella stanza”, ha affermato Jeffrey Halley, analista di Oanda. “L’inasprimento delle restrizioni Covid a Shanghai e i timori che Omicron si sia diffuso a Pechino, hanno affossato la fiducia”, ha aggiunto.

Covid e petrolio: gli incubi non riguardano solamente la Cina

Il calo del prezzo del petrolio, causato da quello che sta succedendo in Cina, potrebbe sembrare una buona notizia per i consumatori. Tutti costretti negli ultimi mesi a subire costi per il carburante mai visti prima e a sopportare l’aumento dei prezzi dei beni per l’incremento dei costi del trasporto. Probabilmente i riflessi dei ribassi saranno visibili nelle prossime settimane. Ma, come la fiammata non ha portato effetti positivi sui bilanci delle famiglie, il repentino rallentamento nasconde un’insidia ancora più letale.

Un benzinaio
Foto | Pixabay Skitterphoto

Stiamo parlando del blocco della catena di approvvigionamento e di fornitura globale del sistema produttivo del pianeta. Che, in tempi non sospetti ha preferito decentrare la produzione di componenti nei paesi dell’Est asiatico. La globalizzazione, che per certi versi ha tenuto bassa l’inflazione in Occidente, da questo punto di vista ora presenta il conto.

Il pensiero è rivolto alle fabbriche cinesi che impiegano milioni di operai per costruire tutto (pensiamo, in primis, alle automobili) nonché alle centinaia di migliaia di container stipati nei grandi hub logistici della Cina, come Shangai appunto, che restano sui dock in attesa dell’allentamento delle misure restrittive imposte alle città portuali.

Ecco, il grande pericolo (per ora è solo potenziale) è che la Cina si blocchi improvvisamente mettendo in crisi tutta l’economia mondiale che, dalle sue braccia, ormai dipende. Già ora i danni del primo lockdown sono evidenti. Si può solo immaginare l’effetto catastrofico sulla produzione in Europa e negli Usa di un blocco di rifornimenti ancora più esteso e prolungato.

Alcune pompe di benzina
Foto | Pixabay ResoneTIC

La Russia con la guerra (e il contestuale rialzo dei prezzi energetici) sta importando inflazione nei paesi occidentali. La Cina con il Covid ha in mano la possibilità per fermare il complesso produttivo internazionale bloccando le forniture. Sembrerebbe quasi una strategia concordata tra le due nazioni più grandi ed estese del mondo che da tempo competono nel mondo per scalzare il dominio commerciale e geopolitico degli Usa. Ma in realtà, per ora, è solo un’ipotesi di Risiko. Un gioco. Per ora, appunto.


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