ESCLUSIVA – Guerra in Ucraina e gas in Italia, Monti: “Ecco come siamo messi”

Parla a Newsby il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale: l’Italia riuscirà a essere autosufficiente dal punto di vista energetico?

newsby Lorenzo Grossi8 Aprile 2022



Pasqualino Monti è il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale (Palermo, Trapani, Porto Empedocle e Termini Imerese). «Il mio non è un ruolo solo di rappresentanza. Sono contemporaneamente presidente del Cda, amministratore delegato e direttore generale. Racchiudo tutti i ruoli operativi e di rappresentanza che sono tipici di un’azienda di Stato». Insomma, è un manager pubblico che (probabilmente) più di altri conosce bene la situazione dei porti italiani. Il loro ruolo può essere strategico per il Sistema Paese. Basti pensare alla questione del gas legata alla guerra in Ucraina. Ma anche, in più generale, al tema dell’autosufficienza energetica. Eppure, i presidenti delle Autorità portuali che li governano restano spesso in “solitudine”: se vogliono perseguire il bene pubblico e sviluppare i porti sotto la loro competenza, devono affrontare una serie di ostacoli. Senza rete e con responsabilità e rischi illimitati.

Presidente Monti, la guerra in Ucraina ha prodotto, tra le altre cose, una preoccupazione sulla fornitura del gas in Italia: qual è la situazione attuale?

«I numeri parlano chiaro: consumiamo 76 miliardi di metri cubi ogni anno e ne produciamo 3,3. Qualche anno fa l’Italia ne produceva anche 20 miliardi. Il discorso è che la politica energetica del Paese è stata attenzionata solo nel momento in cui abbiamo avuto una tragedia. Una parte di questo gas, il 50%, viene dalla Russia. È evidente come la nostra capacità di programmare, pianificare e diventare autosufficienti, sfruttando quello che abbiamo, ha rappresentato una grande deficienza. Solamente adesso il governo si sta attrezzando».

Quali progetti sono presenti in Sicilia, in tal senso?

«Abbiamo tralasciato giacimenti che garantiscono quasi il 90% dell’attuale produzione nazionale di gas al largo del porto di Gela. Il progetto dell’Eni era stato presentato nel 2014 e, forse, nel 2024 cominceranno le trivellazioni. Dieci anni penso non siano consentiti a un Paese civile per arrivare a potere estrarre da un giacimento naturale il gas, che serve alla popolazione nazionale».

E poi?

«Da più di qualche anno è stata data l’autorizzazione per la costruzione di un rigassificatore a Porto Empedocle a Enel, che è chiamata a realizzare questo importante investimento. Io penso che bisognerà raccontare bene questo progetto, specificare i motivi è importante realizzarlo e che l’impatto è differente rispetto a quello che è stato raccontato. Ecco, abbiamo in questa parte di Paese (spesso dimenticata) due dei progetti più importanti a livello nazionale. E da qua può partire un messaggio di saper fare. E bene».

Guerra in Ucraina e gas: le sfide dell’Italia

Stante la guerra in Ucraina, se il gas non dovesse più arrivare dalla Russia da domani mattina, come sarebbe messa lItalia?

«C’è una necessità urgente e una di pianificazione. Noi purtroppo siamo abituati a ragionare solo in termini di emergenza. È chiaro che quando scoppia una guerra dobbiamo parlare con altri fornitori per cercare di compensare quello che pensiamo di potere perdere dalla Russia. Allo stesso tempo, però, dobbiamo uscire da quei concetti molto speciosi, di pancia e ideologici e dobbiamo cominciare a pianificare e a ragionare: sui temi del nucleare, della transizione ecologica, del gas, dell’energia, delle rinnovabili. Penso che gli italiani, se sapessero in maniera onesta e veritiera quello che l’Italia può fare da questo punto di vista, certamente non si opporrebbero. È chiaro che pecchiamo però anche nell’ambito della comunicazione, che viene vista spesso come una necessità di accaparrarsi dei voti. Così nascono delle contrapposizioni che non consentono di conseguire i risultati».

Ma quindi tutti i “no” sono ingiustificati?

«No. Ci sono altri temi che è giusto affrontare. È giusto che non tutto possa essere fatto. Ci sono temi che hanno dei rivolti di transizione ecologica e ambientale e che bisogna raccontare e tenere in considerazione. Si possono fare dieci passi in avanti in molti dei casi e qualcuno indietro in altri. L’importante è ragionare in termini di politica industriale energetica: è più che mai necessario. Il problema è che non abbiamo mai cominciato a farlo».

Monti: “L’Italia non diventerà mai un Paese autosufficiente al 100% dal punto di vista energetico”

L’Italia, piattaforma del Mediterraneo, sta sfruttando bene i nostri porti?

«C’è tanto da fare, ma non abbiamo ancora gli strumenti per poterlo fare. La portualità rappresenta il 4% del nostro Pil. C’è un’area contesa tra i porti del Northern Range e quelli del Mediterraneo che è importante, che noi abbiamo il potere di potere aggredire e di potere conquistare. Con elementi naturalmente democratici. Siamo un Paese che non produce materie prime; le importa per il 90%. Noi compensiamo la bilancia commerciale attraverso l’esportazione del Made in Italy».

Secondo lei, quanto durerà questa crisi economica?

«Non so quali siano gli impatti a oggi: è ancora troppo presto. È chiaro che noi abbiamo un traffico marittimo consolidato sia con la Russia sia con l’Ucraina e di certo la guerra non ci aiuta (non solo sul gas). Viviamo di prodotto finito e certamente il conflitto ha inciso sulle nostre industrie: c’è chi dice 3 miliardi. Ma, al netto di quello sta succedendo, abbiamo il compito di cercare di realizzare quello che si può per essere autosufficiente. Non al 100% ma arrivando almeno alla sua quota massima, il prima possibile. Nel rispetto della transizione ecologica».

Saranno utili, in questo senso, i fondi del Pnrr?

«Il Pnrr non cambia il Paese. Lo cambia se viene messo a terra, se viene realizzato. Per realizzarlo servono norme nuove: i decreti di semplificazione, portati avanti dal governo, non bastano. C’è bisogno di modificare l’atteggiamento e riformare il nostro sistema. Il problema del Paese non è mai stato quello di mancanza di risorse: semmai quello di capacità di passare dallo stanziamento alla spesa. Il nostro sistema portuale lo ha fatto. Noi abbiamo 197 milioni: già 100 in appalto e 97 saranno appaltati entro settembre. La messa a terra del Pnrr significa crescere e realizzare infrastrutture».

E oggi non si riesce a fare?

«Le faccio un esempio. Per dragare il fondale di un porto noi impieghiamo anche 6 o 7 anni. Noi abbiamo un grande freno dettato dal fatto che negli ultimi 15 anni c’è stata una proliferazione di norme che oggi addirittura è molto complicato modificare. C’è una stratificazione burocratica che è diventata talmente evidente che anche le norme di semplificazione risultato di difficile attuazione».

Le difficoltà dei manager pubblici portuali

Se fosse al governo, quale sarebbe la prima cosa su cui vorrebbe intervenire per facilitare tutto questo?

«Premesso che ciascuno ha il proprio ruolo. Due cose sono, però, fondamentali. Una grande riforma strutturale della pubblica amministrazione. Non solo della burocrazia, ma di tutto ciò che c’è a latere della P.A. il codice degli appalti e il permitting ambientale in primis). E poi quella della giustizia, anche civile e amministrativa: un ricorso può inchiodare un’opera per mesi. A dispetto di quello che una sentenza civile ha stabilito nei confronti dell’ex presidente del porto di Genova Giovanni Novi (arrestato e poi assolto con formula piena dopo essere stato imputato per turbativa d’asta, concussione, falso e abuso d’ufficio ndr),la nostra carica non è onoraria. Oggi chi vuole svolgere il mio mestiere deve fare una scelta: o si mette seduto e guadagna quello che guadagna, non assumendosi dei rischi, oppure s’impegna con dedizione ma si assume una responsabilità che è gigantesca, che non può essere colmata con un emolumento».

Per esempio?

«Io ho ricevuto un avviso di garanzia quando ero a Civitavecchia per falso ideologico. Una draga che partiva da Rotterdam in direzione Panama si è fermata al centro del Mediterraneo ed è arrivata fino a Civitavecchia per dragare il porto. Io firmai l’atto con il quale l’ente risparmiò 17 milioni di euro e venni accusato perché le autorizzazioni ambientali non sarebbero ancora arrivate: in realtà già c’erano e infatti io fui prosciolto».

Lei, che ricopre il ruolo di manager pubblico, sente la presenza dello Stato al suo fianco?

«Lo sento quando c’è tagliare nastri o raccontare delle cose belle, ma quando arriva qualcosa di sbagliato, mi giro e alle spalle non trovo più nessuno. Non significa che voglio una colpa a qualcuno, ma è un messaggio che mando a chi decide per chiedere di tutelare chi gestisce in maniera sana le aziende dello Stato e che conseguono risultati. Tra l’altro in territori molto complicati».

E ha mai pensato di lasciare tutto, proprio per queste difficoltà?

«Sì, ci ho pensato più di una volta. È stato molto complicato. Dopo di che ti affezioni alla comunità: la gente capisce quello che fai e ti stimola, perché ciò che vede non è abituata a vederlo. Però ci ho pensato e non le nego che, per nuovi incarichi, laddove dovessero arrivare, ci penserei seriamente».

Qualcuno l’ha anche proposta come candidato sindaco di Palermo o presidente della Regione Sicilia: conferma queste indiscrezioni?

«Penso che coloro che mi hanno tirato per la giacchetta lo abbiano fatto magari più per stima che per una vera proposta. Comunque no: non sono interessato ad alcun ruolo politico. Faccio quello che faccio. E cerco di farlo bene. Dando anche risposte alla politica. Del resto, credo che riqualificare e ricostruire l’economia portuale sia interesse di tutti».


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