Coronavirus, infermiera Pio Albergo Trivulzio: “Ci hanno nascosto tutto”

Rabbia che dilaga anche tra i parenti delle vittime con l'esplosione dell'emergenza Coronavirus: "Stava benissimo, in 10 giorni è morto"

newsby Redazione7 Aprile 2020


(Milano). Il “Pio Albergo Trivulzio” è una storica casa di cura di Milano, destinata per oltre due secoli al ricovero di persone anziane. In tempi di Coronavirus la struttura ha continuato a operare nel solco della tradizione, ma solo nel mese di marzo sono deceduti 70 anziani. E il clima è sempre più cupo anche tra i lavoratori della struttura, come confermato in una durissima e dolorosa intervista rilasciata da un’infermiera.

Vietate le mascherine

“Lavoro qua da tanti anni, la situazione non è bella e ce l’hanno sempre tenuta nascosta – ha denunciato -. Addirittura sono venuti in tour di quattro persone, tra cui una dottoressa, a farci terrorismo perché non dovevamo usare le mascherine. L’ultima della serie è successa quando ci hanno mandato del disinfettante in un barattolo originale, specificando che era materiale di recupero. Se non ci fossimo accorti che era acqua nessuno avrebbe detto niente”.

Sulla condotta del polo geriatrico più importante d’Italia dopo lo scoppio della pandemia del Coronavirus, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta: l’ipotesi è di diffusione colposa di epidemie e omicidio colposo. La donna ha voluto condividere la sua personale esperienza: “Io avevo la mia mascherina personale. Quando sono arrivata mi hanno preso nome, cognome, e numero di matricola, perché non dovevo mettere mascherine. In caso contrario si sarebbe creato il panico tra i pazienti, e tra i parenti che ancora venivano. Ci stanno facendo lavorare senza protezione, non sappiamo se siamo portatori sani, se siamo i veicoli”.

Casi di Coronavirus nascosti?

Il sospetto è che alla “Baggina”, come da sempre i milanesi chiamano la storica struttura cittadina, siano stati nascosti casi di Coronavirus, con conseguenti rischi per ospiti e operatori sanitari. “Non sappiamo quanti infetti ci siano nella struttura, ma di tamponi non se ne parla. Perché? Capisco l’emergenza, chi lavora negli ospedali ha tutte le precedenze del mondo. Ma anch’io sono un’infermiera, non voglio portare niente dentro e non voglio neanche portare niente a casa“, ha spiegato la donna.

Oltre ai tamponi, però, perdura anche il problema delle mascherine: “C’è da litigare per avere una mascherina FFP3, perché chi le usa viene conteggiato a ore. Ma se vai all’interno di una stanza potenzialmente infetta ed esci, la mascherina va cambiata. Non tenuta sei ore. Anche dopo un’ora va cambiata, se c’è il rischio di essere stati esposti al Coronavirus”.

La rabbia dei parenti

Intanto la rabbia dilaga anche tra i parenti delle vittime: “Lo zio di mia moglie è venuto a mancare. Era ricoverato qua da tre anni e stava benissimo. In dieci giorni gli è venuta la febbre e dopo tre giorni hanno detto che era in condizioni critiche. Ma lui non aveva nessuna patologia. Stava da solo con la sua televisione, faceva solo la doccia”, ha raccontato uno di loro.

“Non si può entrare, non si può sapere cosa succede. Abbiamo contatti con i medici solo telefonicamente. Ma all’inizio facevano entrare tutti“, è stata un’altra testimonianza.


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