Plasma sì o no: perché la terapia contro il Coronavirus fa discutere

Un diffuso entusiasmo, ma tanta confusione e addirittura qualche bufala. Facciamo chiarezza sulla terapia al plasma: pro, contro, sperimentazioni e costi

Plasma, sangue, Coronavirus
Newsby Marco Enzo Venturini 8 Maggio 2020

La cura al plasma contro il Coronavirus sta generando interesse, ma anche una diffusa confusione. Che, a sua volta, porta a inciampare anche nelle fake news. Ecco perché è opportuno fare chiarezza su una terapia ben nota alla comunità scientifica, ma che al momento è ancora al livello sperimentale. Per motivi che sono spiegati nella stessa pagina del Ministero della Salute, il sito web che sin dal principio il Governo ha indicato come fonte primaria per fugare ogni dubbio.

Terapia al plasma: l’articolo del Ministero

Al plasma il Ministero della Salute ha dedicato un apposito articolo intitolato “Terapia a base di plasma iperimmune: ecco come funziona”. Qui si ribadisce che “L’uso del plasma da convalescenti come terapia per il Covid-19 è attualmente oggetto di studio in diversi Paesi del mondo, Italia compresa“. Un primo appunto che consente di smentire il presunto disinteresse del Governo anche solo su un mero approfondimento della questione.

Questo tipo di trattamento non è da considerarsi al momento ancora consolidato perché non sono ancora disponibili evidenze scientifiche robuste sulla sua efficacia e sicurezza, che potranno essere fornite dai risultati dei protocolli sperimentali in corso“, spiega però l’articolo del Ministero. Che aggiunge: “Il plasma da convalescenti è già stato utilizzato in passato per trattare diverse malattie e, in tempi più recenti, è stato usato, con risultati incoraggianti, durante le pandemie di SARS ed Ebola“.

La sperimentazione a Pavia e Mantova

In Italia sono due le strutture che hanno aderito al progetto per l’utilizzo del plasma iperimmune. Si tratta del Policlinico San Matteo di Pavia e dell’ASST di Mantova. Proprio da quest’ultimo ospedale hanno fatto sapere tramite una nota che “La collaborazione è proseguita fruttuosamente raggiungendo gli obiettivi previsti dalla sperimentazione“. Cesare Perotti, direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo, ha ricevuto l’incarico della redazione di un report definitivo. E ben presto lo sottoporrà alla comunità scientifica.

Preso atto che i primi dati sono risultati molto incoraggianti si ritiene opportuno, seguendo il metodo scientifico, rimandare al momento della pubblicazione l’esame accurato dei risultati“, fanno però sapere da Mantova. Dove aggiungono un elemento importante: “La terapia con il plasma non è una cura miracolosa, ma uno strumento che insieme ad altri potrà consentirci di affrontare nel modo migliore questa epidemia. Mettere in contrapposizione vaccino, test sierologici o virologici, plasma, terapie farmacologiche o terapie di supporto è insensato, poiché dobbiamo disporre di tutte le armi possibili per fare fronte alla minaccia devastante rappresentata dal coronavirus“.

Terapia a base di plasma: come funziona

Per il funzionamento della terapia, rimandiamo ancora una volta alla più autorevole fonte possibile: il sito del Ministero della Salute. Qui si spiega a chiare lettere: “La terapia con plasma da convalescenti prevede il prelievo del plasma da persone guarite dal Covid-19 e la sua successiva somministrazione (dopo una serie di test di laboratorio, anche per quantizzare i livelli di anticorpi “neutralizzanti”, e procedure volte a garantirne il più elevato livello di sicurezza per il ricevente) a pazienti affetti da COVID-19 come mezzo per trasferire questi anticorpi anti-SARS-Cov-2, sviluppati dai pazienti guariti, a quelli con infezione in atto“.

Proprio da Mantova è arrivata la notizia di un uomo di Bergamo che non aveva reagito a nessun tipo di diverso trattamento e a cui erano stati dati tre ore di vita. A raccontare la sua storia è stata la moglie, che non ha esitato a parlare di “miracolo”. Dopo Pavia e Mantova, si prevede che la terapia del plasma sia presto sperimentata a Crema, Pisa e in Trentino.

Le diverse versioni della comunità scientifica

La comunità scientifica, almeno per il momento, sembra però preferire la cautela all’entusiasmo. A partire da Giuseppe Ippolito, il direttore scientifico dell’Istituto nazionale di malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. In un’intervista ad Adnkronos, quest’ultimo ha spiegato che prima di usare il plasma dei pazienti guariti per curare il coronavirus sono necessarie delle verifiche per dimostrarne l’efficacia. Sulla quale mancano ancora evidenze. Di parere opposto Giorgio Palù, presidente uscente della Società europea di virologia e professore emerito di Microbiologia dell’Università di Padova. Il professore ritiene che, anche se non ci sono certezze sull’efficacia del plasma dei convalescenti contro il coronavirus è comunque importante provare a utilizzarlo. Soprattutto in assenza di altre terapie o di un vaccino.

Tornando a Mantova, una delle culle della sperimentazione, molto ascoltato è il primario del reparto di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma, Giuseppe De Donno. “In questo momento il plasma è l’unico farmaco specifico contro il COVID-19“, asserisce in un’intervista a Tgcom24. Il direttore del centro trasfusionale dello stesso ospedale, Massimo Franchini, aggiunge ulteriori dettagli. “I costi sono contenuti. Il plasma viene donato gratuitamente e il costo per la cessione ad altri ospedali si aggira intorno ai 172 euro. Da ogni sacca si ricavano due dosi da somministrare ai pazienti, pertanto ogni trattamento costa 86 euro“, spiega.

Il nodo sicurezza delle trasfusioni

Esiste però un problema sicurezza. Non solo occorrono verifiche minuziosissime sul sangue dei convalescenti (che potrebbero non avere un numero di anticorpi sufficiente a sopportare la cura), ma soprattutto su quello dei donatori. Le trasfusioni di sangue possono infatti essere il vettore di altre pericolosissime infezioni, a cominciare da epatite o Hiv. La necessità di numerosi prelievi e controlli preventivi aumenta pertanto i costi della terapia.

Argomento noto al primario di immunoematologia del San Matteo di Pavia, Cesare Perotti. “Occorre raccogliere più sacche possibile di plasma e congelarle, in vista di un possibile ritorno del virus a ottobre“, ha infatti spiegato.

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