Contratto di governo, dopo tre anni rispunta l’idea dei ‘gialloverdi’

Le delegazioni della (ex) maggioranza sono al lavoro con il presidente della Camera per un patto di legislatura: le differenze con l’accordo stipulato nel 2018 tra Movimento 5 Stelle e Lega

Contratto di governo, dopo tre anni rispunta l’idea dei ‘gialloverdi’
Contratto di governo, dopo tre anni rispunta l’idea dei ‘gialloverdi’
newsby Lorenzo Grossi1 Febbraio 2021


Dopo tre anni, eccoci nuovamente a parlare di ‘contratto di governo’. Il mandato esplorativo del presidente della Camera, Roberto Fico, sta accompagnando i partiti di maggioranza nella ricerca di un accordo politico per dare vita al nuovo esecutivo e uscire dalla crisi. Un patto di legislatura tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e LeU; da stilare prima della scelta del presidente del Consiglio che dovrà attuarlo (sarà ancora Giuseppe Conte?). L’iniziativa è nata due giorni fa durante l’incontro della delegazione del partito di Matteo Renzi e successivamente comunicata alla stampa. Si tratta, per l’appunto, di un’idea non del tutto originale, in quanto fu la formula che fece nascere (e poi cadere) l’accordo tra Lega e 5 Stelle nella primavera 2018.

I renziani non la pensavano così poco più di anno fa

E pensare, inoltre, che si tratta di uno strumento contestato più volte dagli stessi renziani. Tanto che il 25 novembre 2019, ospite della trasmissione Omnibus, su La7, la capogruppo Iv alla Camera, Maria Elena Boschi, aveva dichiarato: “Ho pensato che fosse un errore e che fosse sbagliato, anche dal punto di vista costituzionale, parlare di contratto quando lo hanno fatto Lega e M5s, e continuo a pensarlo oggi, anche se lo facessero Pd e Movimento 5 stelle”. Era il momento in cui Beppe Grillo aveva chiesto di rilanciare il patto di governo con una lista di priorità per il 2020 e i fedelissimi di Renzi storcevano il naso perché formula troppo simile a quella usata dai gialloverdi.

Contratto di governo: cosa c’era nel 2018

All’epoca del Conte 1 era molto in voga l’introduzione di un sussidio di disoccupazione, poi chiamato reddito di cittadinanza, per coloro che si trovano in condizioni di povertà relativa e che ammonta a circa 780 euro al mese a persona. Ma c’era anche la flat tax, che prevede l’introduzione di due aliquote IRPEF al 15 e al 20% e un’aliquota fissa al 15% per le società. Nonché la riforma delle pensioni con l’introduzione di quota 100. Sulla giustizia venne messa nero su bianco l’approvazione dei decreti sicurezza e l’estensione del principio di legittima difesa, con l’eliminazione del concetto di proporzionalità tra difesa e offesa. Sulle riforme costituzionali (oltre al taglio dei parlamentari) era compresa anche l’introduzione del vincolo di mandato.

Alcuni provvedimenti non vennero attuali, perché nel frattempo il governo cadde nell’agosto 2019 su un altro punto chiave di quel contratto di governo: il Tav. “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”, si leggeva all’epoca. Dopo l’analisi costi-benefici, Conte annunciò il proseguimento dell’opera a fine luglio 2019 perché “non farla costerebbe più che realizzarla”. Il M5s propose una mozione in Senato per sospendere il Tav che però venne bocciata il 7 agosto da tutti gli altri partiti. Il giorno dopo Salvini tolse la fiducia al presidente del Consiglio.

E cosa c’è adesso

Nel tavolo di trattative che metterà a punto sia i temi che i tempi (il famoso cronoprogramma) rientrerà sicuramente il piano di vaccinazione. E qui il ruolo che viene messo in gioco è quello del commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, non esattamente stimato da Renzi. Nel contratto di governo poi ci sarà un punto che riguarderà la giustizia. Qua Renzi potrebbe voler ottenere o un passo indietro sulla prescrizione, segnando un punto politico importante nella battaglia sotterranea con i pentastellati, oppure in alternativa la testa del ministro Bonafede.

Le altre proposte di Renzi sono ormai note almeno da due mesi a questa parte. Accompagnato al Recovery Plan, c’è il “Piano nazionale di resistenza e resilienza” riformato secondo l’acronimo Ciao (Cultura, Infrastrutture, Ambiente e Opportunità) puntando sugli investimenti in infrastrutture: la Gronda di Genova, le metropolitane con le linee B1 e C di Roma e della Metro 5 di Milano, i lotti mancanti della SS106 e l’alta velocità Salerno Palermo. C’è poi il Mes per la sanità, ovvero per il finanziamento necessario all’ammodernamento di strutture e all’assunzione di personale.

E i tempi? L’obiettivo, ribadito oggi, è quello di completare la legislatura. E quindi la deadline deve essere necessariamente il 2023. Ma da qui ai prossimi due anni la strada è ancora lunghissima. A partire, necessariamente, dai nomi.


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