Russia: gas e petrolio, Europa nei guai | E gli Usa? Ecco perché non ci aiutano

L'Europa è alle prese con il rebus del possibile embargo verso la Russia, ma gli Usa non la possono sostituire nelle forniture: ecco perché

Gli approvvigionamenti di gas dalla Russia rappresentano un grosso problema per l'Europa
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newsby Marco Enzo Venturini26 Aprile 2022


Mentre i rischi di escalation della guerra tra Russia e Ucraina spaventano il mondo, l’Europa continua a far fronte a problemi sempre più gravi sul fronte energetico. Le importazioni di gas e petrolio da Mosca sono sempre più problematiche, a più livelli (geopolitico e in un certo senso etico, ma anche economico). E nel frattempo è lecito domandarsi se gli Usa non possano fare di più per aiutare il Vecchio Continente.

L’Unione europea continua infatti a cercare di sciogliere il rebus sul possibile embargo di petrolio e soprattutto gas dalla Russia. Da un lato sarebbe opportuno per combattere in maniera più efficace l’economia di Mosca, dall’altro metterebbe in ginocchio diversi Paesi a causa di una dipendenza negli approvvigionamenti ancora tutt’altro che superata. Proprio su questo tema, quindi, gli Usa potrebbero fare qualcosa? E se sì, perché ciò non sta avvenendo?

Russia non sostituibile dagli Usa su petrolio e gas per l’Europa: ecco perché

Per rispondere a queste difficili domande, è innanzitutto necessaria una premessa. La produzione del petrolio degli Usa, infatti, non è nemmeno lontanamente tale da permettere all’Europa una sostituzione con le materie prime che provengono dalla Russia. Negli States, infatti, la produzione è aumentata di meno del 2% da dicembre e ad oggi ha toccato gli 11,8 milioni di barili al giorno. Come sottolinea il ‘New York Times’, il record di 13,1 milioni di barili al giorno del marzo 2020 è ancora lontanissimo.

Un giacimento petrolifero
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Le cause sono svariate, ma la principale di esse è ancora da ricondurre all’emergenza Covid. Gli effetti della pandemia, che negli ultimi due anni ha paralizzato l’economia globale, si fanno ancora prepotentemente vedere in un settore che è ancora ben lontano da un totale e definitivo rilancio. Il ‘New York Times’ prevede peraltro che nel corso del 2022 non sia possibile immaginare una produzione superiore ai 12 milioni di barili, che nel 2023 potrebbero arrivare intorno ai 13. L’Europa ne importa però dalla Russia ben 4 milioni al giorno, il che spiega perché una sostituzione totale al momento non sia immaginabile.

C’è però un altro aspetto, che esula dalla guerra che la Russia ha scatenato. I produttori statunitensi di petrolio, infatti, non sembrano avere intenzione di incrementare il proprio lavoro nei prossimi mesi. La spiegazione è prettamente economica: le varie compagnie energetiche e gli investitori di Wall Street non sono sicuri che i prezzi del petrolio rimarranno abbastanza alti da consentire loro di trarre profitto dalla installazione di nuovi pozzi. Il crollo dei prezzi di due anni fa, infatti, mise in ginocchio diverse aziende. E già all’epoca, come si ricorderà, i prezzi erano in origine importanti.

Un pozzo petrolifero
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Gli Usa, peraltro, non sono da soli. Anche altri Paesi produttori di petrolio (a partire da Arabia Saudita ed Emirati Arabi) hanno deciso che la guerra della Russia non è motivo sufficiente per aumentare la produzione. Un atteggiamento che il ‘NY Times’ definisce “in contrasto con il modo in cui l’industria petrolifera si è generalmente comportata” all’aumento dei prezzi. Il motivo però è che a ogni boom di questi ultimi è sempre seguito un crollo nei mesi successivi. Un’evenienza che ora l’industria dell’energia fossile non vuole prendere in considerazione. E l’Europa, apparentemente, dovrà farsene una ragione.


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