Cina, disoccupazione giovanile in picchiata: sospesa la pubblicazione dei dati. Investitori in fuga

L’economia del Dragone fatica a risollevarsi con un giovane su cinque senza lavoro. E così Pechino ha deciso di sospendere la pubblicazione mensile dei dati sulla disoccupazione giovanile, dopo il record storico di giugno (il 21,3% nella fascia 16-24 anni) e un nuovo ciclo di indicatori economici deludenti a luglio. I dati aumentano la pressione per un vasto piano di ripresa nella seconda economia mondiale, dove lo stato di salute del settore immobiliare preoccupa i mercati.

A pesare sulla ripresa cinese il calo della fiducia dei consumatori e il rallentamento dell’economia globale, che ha frenato la domanda di beni del gigante asiatico. Per sostenere la crescita la Pboc, la banca centrale cinese, ha abbassato il tasso di riferimento per i prestiti a medio termine, una mossa che riduce i costi di finanziamento delle banche per incoraggiarle a concedere più credito e a condizioni più favorevoli.

Il tasso di interesse per i prestiti a un anno alle istituzioni finanziarie (MLF) è così sceso al 2,65% contro il 2,75% precedente. Era già stato abbassato a giugno. “Questo calo avrà un effetto limitato”, avverte l’analista Ting Lu di Nomura Bank, convinto che per l’economia cinese “il peggio deve ancora venire“.

I numeri della disoccupazione

Il mese scorso il tasso di disoccupazione per la popolazione attiva nel suo complesso è aumentato rispetto a giugno, raggiungendo il 5,3%, mentre quello dei giovani tra i 16 e i 24 anni ha raggiunto il massimo storico sfondando la soglia del 20%.

Ieri il portavoce del National Bureau of Statistics (Nbs) Fu Linghui ha fatto sapere che “la pubblicazione del tasso di disoccupazione giovanile è sospesa”. Secondo la versione ufficiale, la decisone sarebbe motivata dalla necessità di “aggiustare” i calcoli. “Se smettiamo di pubblicarli non ci sarà più disoccupazione e il problema sarà risolto”, commentavano sarcasticamente non a caso gli utenti sul social Weibo.

Il tasso di disoccupazione è calcolato solo per le aree urbane e fornisce quindi solo un quadro parziale della situazione. In questo contesto, le vendite al dettaglio, il principale indicatore dei consumi delle famiglie, il mese scorso sono aumentate solo del 2,5% su base annua, secondo i dati ufficiali del Bns diffusi ieri.

Gli analisti intervistati dall’agenzia Bloomberg si aspettavano un’accelerazione (3,6%), dopo un rialzo del 3,1% a giugno. Un livello che rimane molto lontano da quello di aprile (+18,4%), quando le vendite al dettaglio avevano raggiunto la crescita più forte dell’anno, galvanizzate dalla ripresa post-Covid e dal ritorno dei cinesi nei ristoranti, nei luoghi turistici e nei centri commerciali.

Il presidente della Cina Xi Jinping
Foto EPA/JADE GAO

Segno ormai che la ripresa si sta esaurendo, i prestiti alle famiglie sono scesi il mese scorso al livello più basso dal 2009, secondo i dati diffusi venerdì.

Anche la produzione industriale ha rallentato a luglio (+3,7% su base annua), dopo il 4,4% del mese precedente. Gli analisti si aspettavano una frenata ma più moderata, al 4%. Gli investimenti fissi invece sono nuovamente scesi al +3,4% annuo nei primi sette mesi, il tasso di crescita più debole dal 2020. Un indicatore che riflette la spesa per immobili, infrastrutture, attrezzature e macchinari, settori su cui il governo ha fatto affidamento in passato per stimolare l’attività.

Lo spettro del default nel settore immobiliare

Le pessime cifre di oggi vengono diffuse mentre i mercati esaminano attentamente il settore immobiliare, che insieme alle costruzioni rappresenta da tempo un quarto del Pil cinese.

Uno dei più grandi gruppi immobiliari del Paese, Country Garden, è sotto i riflettori da giorni. A lungo noto per essere finanziariamente solido, il gruppo privato la scorsa settimana non è stato in grado di pagare due rimborsi di interessi sui prestiti ed è a rischio insolvenza.

Una situazione che innervosisce i mercati perché Country Garden aveva un debito stimato di circa 1,152 miliardi di yuan (150 miliardi di euro) alla fine del 2022. Una cifra monster che secondo Bloomberg sarebbe ancora più importante, pari a circa 1,4 trilioni di yuan (176 miliardi di euro).

Le battute d’arresto nel settore fanno ora temere il contagio. Si teme un possibile default a settembre, che avrebbe effetti catastrofici.

La fuga degli investitori

Il Dragone deve fare i conti anche con la crisi di fiducia. Gli investitori internazionali stanno ritirando fondi dalle grandi aziende, complice la crescente preoccupazione per le prospettive dell’economia cinese. Un scenario preoccupante per le ricadute che avrebbe sui mercati azionari in tutto il mondo.

Nella prima metà di agosto un totale di circa 3,7 miliardi di dollari è stato ritirato, secondo i dati diffusi dall’Institute of International Finance. Si tratta del secondo più grande esodo di capitali dal Paese, dopo il ritiro netto di 7,9 miliardi di dollari nell’ottobre 2022, quando l’economia cinese scontava lo stallo della politica “zero-Covid”.

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