Ecco perché il referendum anti green pass rischia un flop clamoroso

Servono 500mila firme entro il 30 settembre, altrimenti il referendum abrogativo del green pass potrebbe slittare addirittura alla primavera del 2024. Il paradosso delle consultazioni online

newsby Redazione19 Settembre 2021


Dopo quello sulla Giustizia, quello per l’eutanasia e quello per la legalizzazione della cannabis, in Italia potrebbe arrivare un nuovo referendum. Ieri, infatti, un gruppo di cittadini ha avviato una raccolta firme per proporre un quesito referendario abrogativo del green pass. A lanciare l’iniziativa è un comitato composto dall’avvocata salernitana Olga Milanese e da due professori universitari: Luca Marini, docente di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma, e Francesco Benozzo, che insegna Filologia romanza a Bologna.

Referendum anti green pass: i promotori

Nel Comitato dei Garanti, invece, troviamo Carlo Freccero, ex consigliere d’amministrazione della Rai, sotto la cui sede di Milano ieri si è tenuta l’ennesima manifestazione di protesta dei No green pass. Secondo i promotori, la certificazione verde sarebbe “un palese strumento di discriminazione che collide con i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico”. Strumento che costringerebbe “surrettiziamente i cittadini alla vaccinazione, si legge sul sito del referendum.

Motivo per cui hanno deciso di raccogliere le firme necessarie per indire una consultazione per abrogare i decreti legge del 22 aprile, 23 luglio, 6 agosto e 10 settembre 2021 sul green pass. Ma la proposta referendaria rischia di non arrivare nemmeno al vaglio di legittimità della Corte Costituzionale. La legge, infatti, stabilisce che la proposta di un referendum abrogativo debba essere avanzata da cinque Consigli regionali, oppure da 500mila cittadini firmatari.


I tempi per la raccolta firme: voto nel 2024?

Ma ci sono anche dei tempi tecnici da rispettare. Le 500mila firme devono infatti essere raccolte entro la fine di questo mese, il 30 settembre. Se ciò avvenisse e la Consulta dovesse ritenere costituzionalmente legittimi i quesiti, allora il referendum potrebbe essere indetto per la primavera del 2022, insieme a quelli per eutanasia e cannabis. I tempi stringono, però. E al 30 settembre mancano appena undici giorni. Il rischio di non poter raggiungere la soglia delle 500mila adesioni è dunque concreto e ciò complicherebbe di molto l’iter.

Secondo l’articolo 31 della legge 352 del 1970, infatti, non si possono depositare richieste di referendum nell’anno che precede lo scioglimento di una delle due Camere. E siccome la legislatura termina nel 2023, la richiesta di un voto sul green pass non può essere presentata entro il 30 settembre 2022. Si andrebbe così allo stesso giorno, ma di un anno dopo. E con il passaggio da Corte Costituzionale a Quirinale la consultazione slitterebbe alla primavera 2024.

A favore dei tempi ristretti gioca però la possibilità di raccogliere digitalmente le firme, che ha permesso al referendum sulla cannabis di raggiungere la soglia del mezzo milione di adesioni in una sola settimana. Fattore che, peraltro, è di recente finito al centro del dibattito fra costituzionalisti, alcuni dei quali sostengono che la legge sulle consultazioni referendarie vada cambiata. Secondo il professor Gaetano Azzariti, ad esempio, con le firme digitali “si rischia di trasformare la democrazia rappresentativa nella democrazia dell’immediatezza telematica”, ha detto al Corriere della Sera.


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