Mustafa a Siena, parla l’arcivescovo: “Inizia una nuova vita”

Il bambino, senza arti a causa dei bombardamenti, è arrivato in Italia con il padre. L'arcivescovo: "La sfida è capire cosa provano"

newsby Emanuele De Lucia22 Gennaio 2022



Inizia una nuova vita in Italia, più precisamente a Siena, per Mustafa al-Nazzal e suo padre Munzir, drammatici simboli della tragedia che ormai da anni si sta compiendo in Siria e che continua a mietere vittime fra i civili. Mustafa, cinque anni, non ha né braccia né gambe a causa dei bombardamenti nel Paese mediorientale. Suo papà Munzir è invece stato costretto all’amputazione della gamba destra.

Mustafa e il padre a Siena, l’arcivescovo: “Grande sfida è avvicinarli e capire cosa provano”


L’arcivescovo di Siena, Augusto Paolo Lojudice, ha parlato ai nostri microfoni dell’arrivo della famiglia di Mustafa in città, a margine di un convegno sulla famiglia con le Acli. “Noi abbiamo dato la disponibilità per la loro accoglienza ma abbiamo dovuto dare l’ufficialità con l’Ambasciata – ha detto -. Poi abbiamo trovato un alloggio“.

“Insieme a loro dobbiamo pensare a un percorso di vita, sanitario, umano, sociale e spirituale – ha aggiunto l’arcivescovo – che cercheremo di fare noi con l’aiuto di tutto il mondo del volontariato. Per me saranno un soggetto privilegiato e parlerò loro a quattr’occhi, anche se non conosco l’arabo, insegneremo loro un po’ di italiano. La grande sfida è cercare di conoscerli, avvicinare queste persone e di capire cosa provano”.

“Impegnamoci perché questa famiglia diventi indipendente”


“Questa situazione del piccolo Mustafa e della sua famiglia è attenzionata a livello globale, mediatico da tante immagini, foto, da tutti voi giornalisti – ha spiegato ancora monsignor Lojudice –, mentre ci sono altre situazioni che non hanno lo stesso clamore ed esistono. Noi ci dobbiamo assolutamente impegnare affinché questa famiglia trovi quello che cerca e aiutare a guadagnarsi la realtà“.

“Non basta assistere, fare collette – ha poi concluso -. Questo è necessario. Dobbiamo aiutare questa famiglia a rendersi indipendente e lo si farà dal punto di vista medico, clinico, ma anche sotto un profilo umano e spirituale”.


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