Coronavirus, 9 mesi fa il paziente 1:
le parole che abbiamo assimilato

Il 20 febbraio 2020 venne accertato in Italia il primo caso di Covid di una persona italiana. Com’è cambiato il nostro linguaggio quotidiano?

Codogno, l’ospedale chiude area Covid: dimesso l’ultimo paziente
Codogno, provincia di Lodi
newsby Lorenzo Grossi20 Novembre 2020


Il Coronavirus sarà sicuramente la parola dell’anno e purtroppo tutto cominciò, perlomeno in Italia, nove mesi esatti fa, con la scoperta del paziente 1. Era infatti giovedì 20 febbraio 2020; ore 12.30. Laura Ricevuti, medico del reparto di Medicina dell’ospedale di Codogno, e Annalisa Malara, anestesista di Cremona, decidono di compiere un gesto che la prassi clinica all’epoca non prevede ma che, di fatto, cambierà per sempre la vita di tutta l’Italia e, col tempo, anche quella del resto del mondo. Insistono per fare un tampone immediato su Mattia Maestri, un manager 38enne amante dello sport, che si è presentato nel Pronto Soccorso di Codogno 48 ore prima perché è da quattro giorni che ha la solita influenza e dispnea.

Il tampone di Mattia parte per l’ospedale Sacco di Milano poco prima delle 13 di giovedì. La telefonata che conferma il Covid-19 arriva poco dopo le 20.30: Mattia è il paziente 1. Il primo italiano, accertato nel nostro Paese, affetto da Coronavirus. La prima agenzia di stampa esce alle ore 23.18 della sera stessa: è un macigno. Da quel momento tutti noi abbiamo dovuto fare i conti (direttamente o indirettamente) con la malattia respiratoria Covid-19, causata dal Coronavirus SARS-CoV-2.

Nove mesi esatti fa cambiò completamente la nostra esistenza

Nel macrotema di questa pandemia vengono contenute tantissime altre parole ed espressioni che sono entrate di diritto nel nostro vocabolario quotidiano, anche nelle chiacchierate più normali. Termini con i quali tutti noi siamo entrati in “confidenza”, senza quasi ormai farci più caso, ma che prima del 20 febbraio difficilmente utilizzavamo con questa padronanza e consapevolezza.

Innanzitutto i Comuni nei quali ci sono stati i primi malati e morti per Covid, ovvero Codogno e Vo’ Euganeo, prima che il Coronavirus si diffondesse specialmente a Nembro e ad Alzano Lombardo, in Val Seriana. Prima di loro, c’era stata la coppia di turisti cinesi ricoverata allo Spallanzani, mentre i 55 italiani rientrati a Roma da Wuhan (da cui è nato il ceppo virale originario) erano stati posti in quarantena alla Cecchignola. Due settimane dopo tutta l’Italia verrà messa in zona rossa. Un provvedimento sintetizzato con: Italia zona protetta. Ma anche con: “Io resto a casa”. È l’inizio del lungo lockdown. Immagini come quelle dei camion militari che lasciavano Bergamo carichi di bare non ce le scorderemo mai.

Ma quali sono stati poi i ‘nuovi’ vocaboli ed espressioni che abbiamo imparato e che abbiamo cominciato a utilizzare quotidianamente?

Da ‘paziente 1’ in poi: le parole sul Coronavirus utilizzate in campo medico sono state assimilate da tutti noi

La malattia che purtroppo in molte occasioni è stata accertata in diversi pazienti trovati positivi al Coronavirus è stata la polmonite interstiziale. Il bollettino delle 18 che la Protezione Civile diramava tutti i giorni parlava dei tamponi effettuati, dei posti di terapia intensiva disponibili, del numero dei contagi e infettati, del tasso di letalità, delle valutazioni del comitato tecnico scientifico sui falsi negativi, su quello che poteva essere il sommerso degli asintomatici e dei paucisintomatici e, nei primissimi giorni, dell’annosa questione del paziente zero, che sarebbe stato quello a contagiare il paziente 1.

E poi ancora: l’autoisolamento fiduciario, i tempi d’incubazione, la letalità, la CROSS, le tute bio-contenitive (che fanno parte dei DPI) l’importanza dell’uso delle mascherine (FFP2 e FFP3) e dei gel igienizzanti (in primis l’Amuchina), del distanziamento sociale, della sanificazione e della tracciabilità. I problemi dell’aumento delle rianimazioni, le raccomandazioni di non fare assembramenti, il montaggio delle tensostrutture, la possibilità dell’immunità di gregge, le linee-guida fondamentali per la Fase 2 e poi anche per la Fase 3. Ma anche per lo Scenario 3 e lo Scenario 4. La seconda ondata, la terza ondata e la temuta mutazione (o variante). La sottolineatura del fatto che alcuni non fossero morti DI Coronavirus, ma CON il Coronavirus, perché avevano già tre o più patologie pregresse concomitanti.

I ‘protagonisti’ mediatici dopo la scoperta del paziente 1

Nei talk show televisivi si sono visti, se non negli studi televisivi ma collegati via Skype o Zoom, specialmente virologiepidemiologiinfettivologimicrobiologiimmunologipneumologi, internisti, intensivisti. Gli esperti scientifici, anche quelli dell’Iss, dell’Oms e dell’Aifa hanno trattato concetti, ai più, sconosciuti: i test sierologici per la ricerca degli anticorpi (IgM e IgG), il fattore R0 (erre con zero), l’indice RT, i reparti COVID, i focolai (o cluster) scoppiati nelle RSA, la tracciabilità, la mancanza dei reagenti, i dubbi (poi tramutati in certezze) su un’ondata di ritorno del virus, la discussa questione della cura con il plasma e con gli anticorpi monoclonali da una parte e della contestatissima idrossiclorochina dall’altra. E poi ancora: qual è la virulenza (o capacità virale) di un super diffusore? Il virus è mutato oppure no nella sua patogenicità?

Le liti della politica attorno a termini specifici

Anche il mondo della politica ha fatto la sua parte nelle ‘nuove’ parole della pandemia di Coronavirus. Basti pensare ai dibattiti sui dpcm, che hanno introdotto via via le nuove misure restrittive (o misure di contenimento). Sul Decreto Cura Italia, sul Decreto Liquidità, sul Decreto Rilancio, sul Decreto Agosto, sul Decreto Ristoro. Le autocertificazioni per uscire di casa che cambiavano di volta in volta e la app Immuni. Ma non solo: vocaboli ed espressioni come congiuntiaffini, affetti stabiliassistenti civicipatente d’immunitàpassaporto sanitario sono stati in auge durante il dibattito tra le varie istituzioni politiche.

Come dimenticare poi le polemiche infinite che sono scoppiate attorno alle lunghe e rispettose code fuori dai supermercati e ai drive through, sulla didattica a distanza, sui banchi a rotelle, sui bonus per i monopattini, sul coprifuoco. I lavori essenziali; le riaperture differenziate. Ma anche sul divieto di svolgere sport di contatto (come il calcetto e gli impianti di sci), a meno che non si svolga sotto una bolla, e le feste private. I mezzi pubblici affollati e i parametri per definire il colore delle Regioni (zona gialla o zona arancione?). Ma soprattutto: qual è il protocollo giusto da applicare? E la circolare del Viminale è comprensibile? Sarà possibile convivere con il virus? C’è in ogni caso la speranza che i vaccini prodotti da Pfizer, Moderna e AstraZeneca possano funzionare.

Il contributo della lingua straniera per alcuni termini

In tutto questo, anche la lingua straniera ha avuto il suo ruolo nella diffusione del nuovo lessico quotidiano. Oltre al già citato lockdown, quante volte abbiamo ascoltato parlare di trend, di triage (o pre-triage), di droplet, di termoscanner, di screening di massa, di plateau, di follow-up per i pazienti, di contact raisingcontact tracing e clearance virale?

Non solo il campo sanitario, però. In ambito economico e professionale si sono riscoperte parole come lo smart working e le conference call. Si sono spesso espressi giudizi su: helicopter moneyclick dayTemporary Framework, le tante task force al lavoro, i Coronabond, i travel advice, i grants. Per non parlare del Recovery Fund o Next Generation Eu, del cashback, del blockchain e del Recovery Plan. Numerose sono le state le polemiche sui No mask, sul 5G, sui runner, sulla movida e sull’uso dei plexiglas se non si è dehors. Ma, allo stesso tempo, gli italiani hanno dimostrato tutto il loro senso di appartenenza con i flash mob sui balconi e la loro generosità con le tante donazioni effettuate sulle piattaforme di crowdfunding, anche tramite la piattaforma GoFundMe.

Chissà se, al termine di questo lungo incubo, effettivamente… andrà tutto bene.


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