Afghanistan, le attiviste di Pangea sono salve: imbarcate a Kabul

Dopo giorni di violenze e paura, le attiviste di Pangea sono riuscite a entrare all'aeroporto di Kabul: alcune di loro sono già imbarcate

newsby Redazione23 Agosto 2021



Dopo giorni di paura e violenze, le attiviste della fondazione Pangea Onlus e le loro famiglie sono riuscite a entrare all’aeroporto di Kabul. Alcune di loro sono già state imbarcate. Lo testimonia un video postato questa mattina sul profilo Instagram dell’associazione, che ritrae donne e bambini a bordo di un aereo dedicato all’evacuazione. “Hanno combattuto come leonesse per entrare in quell’aeroporto“, si legge nelle storie di Pangea Onlus. L’associazione, attiva a Kabul dal 2003, aiuta le donne afghane nel loro percorso di emancipazione, con progetti che puntano al riscatto economico e sociale.

Le attiviste di Pangea e le loro famiglie in salvo

Le attiviste di Pangea sono state forti e hanno resistito“. Così, si legge sul profilo di Pangea Onlus, che da venerdì lavora senza sosta per aiutare le colleghe di Kabul e le loro famiglie a raggiungere l’aeroporto. Le donne dello staff di Pangea sono rimaste intrappolate nella folla per ore, senza acqua, con bambini piccolissimi tra le braccia, con la sola speranza di riuscire a scappare dall’inferno dei talebani. “Alcune di loro sono state picchiate“, fanno sapere i portavoce di Pangea. “Vedere la foto dei loro lividi è stato straziante“, raccontano le attiviste italiane. “I bambini hanno assistito a scene di violenza inaudita e sono molto spaventati“, si legge ancora sul profilo di Pangea Onlus.

La fondazione continuerà a lavorare per le donne afghane

Nonostante le minacce dei talebani, Pangea Onlus non abbandonerà l’Afghanistan e continuerà a lavorare per le donne e i loro bambini. Dopo aver bruciato centinaia di documenti che rischiavano di mettere a repentaglio la vita delle donne di Pangea, l’associazione ha lavorato senza sosta per mettere in salvo le attiviste afghane, che rischiavano di essere stuprate, picchiate e uccise. “Dobbiamo metterle in sicurezza per poter ricominciare presto ad aiutare le donne e i bambini a Kabul“, avevano annunciato da subito le attiviste che lavorano dall’Italia.


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