Covid, due anni fa le rassicurazioni dell’OMS: l’inizio dell’incubo 2020

Era il 14 gennaio 2020, l'OMS spiegò come non ci fossero "prove evidenti della trasmissione" del Covid: poco più di un mese dopo era già emergenza

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Codogno, provincia di Lodi
newsby Marco Enzo Venturini14 Gennaio 2022


Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove evidenti della trasmissione da uomo a uomo del nuovo #coronavirus (2019-nCoV) identificato a #Wuhan, in #Cina“. Queste le parole con cui, via Twitter, l’Organizzazione mondiale della sanità tranquillizzava a proposito di questa minaccia sconosciuta di cui si iniziava a parlare. Il Covid, un problema preoccupante quanto lontano. Era il 14 gennaio del 2020, esattamente due anni fa.

Cosa sapevamo sul Covid il 14 gennaio 2020

Il mondo era ancora ignaro di ciò che lo attendeva. Il Covid non era ancora entrato nelle cronache interne di ogni Stato planetario. La cittadinanza, anzi, portava avanti più o meno pigramente la propria routine. C’era chi lavorava, chi cercava impiego, chi era felice e chi si lamentava. Qualcuno pianificava magari viaggi all’estero, dall’altra parte del mondo, alla ricerca di una nuova vita.

Eppure, in data 14 gennaio 2020, l’allarme Covid poteva già essere scattato. Il giorno prima il governo cinese aveva reso noto il primo contagio accertato. Risaliva al 17 novembre 2019, altro anno, altro mondo, altra vita. I primi sintomi del virus furono invece scoperti il 1° dicembre, sempre del 2019. Il 12 si sarebbe parlato di “focolaio virale a Wuhan“. Il nome del nuovo virus fu coniato e utilizzato per la prima volta il 7 gennaio 2020.

Noto ciò che avvenne poi, con un primo allarme per l’Europa scattato il 17 gennaio. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) parlò di “rischio moderato” che il Covid potesse raggiungere il nostro continente. Solo il 20 febbraio l’incubo si sarebbe materializzato in tutta la sua gravità anche in Italia.

Dal rischio moderato all’incubo: l’escalation in un mese

Laura Ricevuti, medico del reparto di Medicina dell’ospedale di Codogno, e Annalisa Malara, anestesista di Cremona, entrarono loro malgrado nella storia. Il giorno è il 20 febbraio 2020, l’orologio indica le 12:30 circa. Solo un mese o poco più dalle rassicurazioni dell’OMS. Le due dottoresse insistono per fare un tampone immediato su Mattia Maestri, un manager 38enne amante dello sport, che si è presentato nel Pronto Soccorso di Codogno 48 ore prima perché è da quattro giorni che ha la solita influenza e dispnea.

Sarà lui il famigerato “paziente 1”, l’uomo da tutti considerato il primo malato di Covid in Italia. Il giorno successivo arrivarono le prime zone rosse, poi sempre più estese. Tra il 7 e l’8 marzo il primo lockdown nazionale. E un incubo dal quale non siamo ancora usciti a distanza di due anni. Ossia da quelle “indagini preliminari senza prove evidenti” di cui parlò l’OMS.


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