25 anni fa, quel grande groppo alla gola per Fabio Casartelli

Fabio Casartelli moriva il 18 luglio 1995, al Tour de France. Il ricordo per quel campioncino, che a soli 22 anni aveva saputo mettersi al collo una medaglia d’oro olimpica

Fabio Casartelli
Statua in memoria di Fabio Casartelli
newsby Valerio Mingarelli18 Luglio 2020


Scusate la commozione. Ma il nostro computer ha appena annunciato che Fabio Casartelli è morto”. Adriano De Zan, con la voce frantumata dal dolore, anticipa un buco di almeno un paio di minuti nella sua telecronaca. Alla ripresa, col timbro solenne del lutto, la spalla tecnica Vittorio Adorni, ricorda tutti i morti “sul campo” nella storia della corsa più importante del mondo, il Tour de France. È una giornata asfissiante, quel 18 luglio 1995. I raggi di un sole cocente rimbalzano sullo schermo della tv, rendendo l’aria quasi irrespirabile. Gianni Savio, diesse tra i più noti del ciclismo italiano, prova a dare un ricordo dell’olimpionico comasco, ma si ferma subito. Troppo grande il groppo alla gola.

Il tappone che da Saint Girons deve portare il plotone a Cauterets, va avanti. Per molti però, è terminato in quella discesa arroventata del Col du Portet d’Aspet, uno dei colli storici che la Grande Boucle scala nelle sue sortite sui Pirenei. Quel corpo in posizione fetale, col rivolo di sangue che scende sull’asfalto allargandosi verso valle, è un’immagine che si conficca nelle teste e nei cuori di tutti i telespettatori, tanto che successivamente la Rai sceglie di non riproporla.

Il tragico incidente di Fabio Casartelli

E’ scivolato a quasi 80 chilometri orari, il venticinquenne comasco. Ha battuto la tempia con forza inaudita su uno dei paracarri di cemento che dovrebbe proteggere i veicoli dalla scarpata sottostante. Blocchi che non hanno però protetto il transalpino Dante Rezze, che giù per il dirupo ci è finito fracassandosi un femore. Per recuperarlo ci sono volute delle corde. Dalla tv si odono anche i latrati di dolore di Dirk Baldinger, tedesco della Polti: per lui tremenda frattura scomposta del bacino. Il suo diesse Stanga è rimasto tramortito, alla vista dell’osso di fuori.

La corsa in elicottero verso l’ospedale di Tarbes è stata vana per Fabio Casartelli. Il suo cuore si è fermato ed è ripartito più volte, prima di arrendersi definitivamente. Sono le 14 quando le lacrime cominciano a bagnare i volti di telecronisti, direttori sportivi e corridori. Non tutti, visto che l’idolo di casa Virenque arriva in solitario sul traguardo con fare sbarazzino e sorriso a 32 denti. Atteggiamento che manterrà poco dopo anche sul podio, tra miss e mazzi di fiori, in una delle premiazioni più empie dell’ultracentenaria corsa gialla.

Per riparare alla vergognosa messinscena, la tappa del giorno seguente da Tarbes a Pau si trasforma in un funerale lungo più di 260 chilometri. A guidarlo proprio i compagni di squadra di Fabio nella Motorola. Il più illustre tra essi, un tale Lance Armstrong, due giorni dopo, arriva solo sul traguardo di Limoges indicando il cielo in omaggio al giovane collega scomparso.

Torna anche adesso, quel groppo alla gola. Per chi assistette basito a quelle immagini in età adolescenziale, è impossibile, un quarto di secolo dopo, dimenticare la sequenza degli eventi. La concitazione, le urla, il pianto dirotto dell’elvetico Zulle, quello ancor più straziato dell’amico di sempre Andrea Peron, il gesto di stizza di Pantani di fronte a un microfono arrivatogli davanti alla chetichella. E quell’imbarazzo goffo del gran patron del Tour Jean Marie Leblanc per quel teatrino post-tappa sul palco a dir poco farsesco, con tre quarti di carovana innaffiata dalle lacrime e metà dei corridori indecisi se ripartire all’indomani.

Un incancellabile nodo alla gola

La bici di quella sua ultima corsa è esposta al Santuario della Madonna del Ghisallo, nel Pantheon del ciclismo italiano. Albese, il piccolo nel comune del comasco dove l’atleta viveva, ogni anno gli dedica una gran fondo, grazie anche ad una fondazione che porta il suo nome. Sua moglie Annalisa (che poi si è risposata) e suo figlio Marco, si sono rifatti una vita in Romagna, a Forlì. Aveva due mesi Marco il giorno della morte del padre, e di lui non può ricordare nulla, ma spesso in alcuni omaggi ha spesso esternato il grande orgoglio per lui. Per quel campioncino, che a soli 22 anni aveva saputo mettersi al collo una medaglia d’oro olimpica.

Zavattini diceva che i poveri sono matti. Gianni Mura lo diceva dei ciclisti, per il tipo di vita a cui sono costretti. Oggi il ciclismo è cambiato: il Tour de France 1995, a rimembrarlo, riporta a un’altra era geologica. Se però oggi si corre tutti obbligatoriamente dal primo all’ultimo chilometro col caschetto, è anche grazie a Fabio Casartelli. È un dato, anche se incide poco o nulla su quel groppo alla gola. Che rimarrà per sempre, ogni 18 luglio.


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