Dalla Croce Rossa agli attentati in Medio Oriente: l’incredibile storia di Anna Prouse

Giornalista, volontaria e consulente in Iraq durante la guerra, Anna Prouse è sopravvissuta a tre attentati e una Fatwa: il racconto di una vita piena di coraggio, in equilibrio tra la vita e la morte

newsby Francesco Maviglia19 Gennaio 2022



Anna Prouse, 51 anni italo-americana, è stata una giornalista, volontaria della Croce Rossa a Baghdad e membro del CPA (Coalition Provisional Authority), governo provvisorio legittimato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Poi il trasferimento negli Usa grazie a un visto per meriti straordinari dove ha continuato a lavorare nell’antiterrorismo. Oggi vive e lavora negli Stati Uniti in California con il marito, pilota dell’aviazione americana. Per il suo grande lavoro, l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, le conferì l‘Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Il racconto straordinario di Anna Prouse: “Quando senti il click di un’arma, capisci che a qualcosa devi credere”

Una carriera straordinaria, quella di Anna, iniziata quasi per caso. ” Sono stati i miei colleghi di ambulanza ad iscrivermi al bando della Croce Rossa per delegato internazionale” racconta. La prima missione fu la costruzione di un’ospedale da campo a Baghdad, “non in una zona protetta” sottolinea. Da lì, l’incarico di ricostruire il sistema sanitario di un Paese devastato dalla guerra. Una vita fuori dal comune quella di Anna, in costante equilibrio tra la vita e la morte. Dal primo attentato contro la macchina su cui viaggiava, crivellata di proiettili. “Mi sono lanciata a terra, e non sono una che si butta a terra facilmente. Quando senti il click dell’arma, a qualcosa devi credere“. Anna Prouse sarà l’unica a uscire viva da quell’attacco.

Sono sopravvissuta ad almeno tre attentati negli otto anni di lavoro in Iraq, dove hanno ucciso anche degli amici, e a una Fatwa (condanna a morte per ordine di una autorità religiosa)“, racconta nel corso della video intervista.

Nel corso della mia vita ho avuto poco tempo per pensare alla morte. Capitava sempre in modo molto violento, per cui non voglio dire che non ho avuto paura mentre mi sparavano o mi facevano saltare in aria. Ma quando mi hanno diagnosticato un tumore al cervello è stato diverso, avevo più tempo per pensare, mi sembrava irreale. Anche quando uno non la cerca, la morte arriva. Ma questa volta non c’era nulla che si potesse fare. E la parte più dura è stata non aver nulla a cui aggrapparmi“.


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