Lavoro povero in Italia | Come funziona e chi colpisce: i dati strazianti

È stato al centro di grandi riflessioni in occasione del Primo maggio. Ma il lavoro povero che cos'è? E quale stipendio garantisce? I numeri

Lavoro povero: spesso avviene anche tramite Smart Working
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newsby Marco Enzo Venturini2 Maggio 2022


È stato uno dei temi centrali del Primo maggio 2022, tanto da finire anche all’interno del discorso del presidente Sergio Mattarella. Stiamo parlando del lavoro povero, nuova piaga sociale esplosa negli ultimi anni fino quasi ad affiancare quella storica e mai risolta della disoccupazione. Con cui, manco a dirlo, condivide le vittime predilette.

I due fenomeni, però, sono paralleli ma non troppo. Lo dimostrano i dati Istat, secondo cui in particolare il mese di marzo 2022 ha generato numeri record sull’occupazione. La cui crescita è stata importantissima (804 mila posti in più, un numero mai raggiunto da quando nel 2004 si tiene questa statistica). Il problema è che, molto spesso, si tratta appunto di “lavoro povero”. Quando, però, si rientra precisamente in questa casistica? E di conseguenza, chi ne fa parte?

Lavoro povero: quanto guadagna chi ne fa parte

Partiamo dai freddi dati. Nel marzo 2022 il tasso di disoccupazione in Italia è sceso all’8,3% (-1,8 rispetto a un anno fa). Il problema è che negli ultimi due anni, quelli della pandemia, ben 400 mila persone hanno trovato un’occupazione dal salario insufficiente per arrivare alla fine del mese. Il lavoro povero, appunto, che accomuna il 13% degli impieghi in tutta Italia. Numeri drammatici, che diventano strazianti quando si scopre che al Centro-Nord calano al 9% e nel Sud lievitano fino addirittura al 20%.

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La causa è nota: l’ha sottolineata anche il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, dal palco del Primo maggio. Dal 2008, infatti, i salari nell’Ue sono cresciuti del 22%. In Francia e Germania questa percentuale supera quota 30. In Italia, invece, si arriva a malapena al 3%. Nello stesso lasso di tempo gli impieghi part-time (autentico flagello del lavoro povero) sono saliti da 1,3 a 2,7 milioni. E di questi, in particolare al Sud, addirittura l’80% non rappresenta una scelta del dipendente, ma un’imposizione del datore.

La conseguenza è che tre milioni di nostri concittadini lavorano (più o meno) regolarmente, senza avere però la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa. In particolare se sono donne (il cui compenso è in media inferiore del 27% rispetto ai colleghi maschi). E il lavoro povero, più che una piaga, è una realtà consolidata anche per un’altra categoria: i giovani. Alcuni dei quali, peraltro, nemmeno sono più giovanissimi.

A definire che cosa sia il “lavoro povero” ci hanno pensato Acli e Iref. Si tratta di coloro che, pur svolgendo una mansione continuativa per tutto l’anno, presentano un reddito inferiore agli 11.500 euro annui. Si tratta quindi di uno stipendio (spesso combinato) di meno di 960 euro al mese. Che molto spesso è figlio di contratti stabili per finta, cioè a tempo indeterminato ma a part-time involontario. Ebbene, in queste condizioni si trova addirittura il 17,6% degli italiani tra 30 e 34 anni. Ancora peggio, però, va all’11,9% di loro. Che ha sì un’occupazione, che frutta però massimo 9 mila euro all’anno (750, o meno, al mese): sono i “lavoratori assolutamente poveri“. Anche i loro fratelli maggiori, peraltro, se la passano decisamente male: tra i 35-39enni che hanno un’occupazione, il 15,8% è povero, il 10,5% assolutamente povero.

Lavoratore dipendente davanti al pc
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La statistica, già così com’è, fa impallidire e tremare le vene. Rischia peraltro di presentare numeri fin troppo ottimistici. I dati sul lavoro povero sono infatti il frutto di circa un milione di dichiarazioni dei redditi 2020 presentati ai Caf Acli. E questo, va da sé, esclude l’ennesima piaga dell’universo occupazionale italiano: gli impieghi in nero. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.


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