Si può parlare male del capo su WhatsApp senza perdere il lavoro

Respinta la richiesta di una società di vigilanza privata in merito al comportamento di un suo comandante per i suoi giudizi al vetriolo in una chat. Gli ermellini: conversazione extralavorativa e privata

WhatsApp sullo smartphone
Foto Pixabay | antonbe
newsby Lorenzo Grossi12 Aprile 2022


C’è la possibilità di parlare male su WhatsApp del proprio capo senza incorrere in conseguenze disciplinari? A quanto pare sì. Lo ha stabilito la Corte Cassazione. Ha respinto infatti la richiesta di una società di vigilanza privata, la Italpol Spa, in relazione al comportamento di un dipendente. Il comandante delle guardie giurate di Udine aveva accusato e pesantemente criticato il top management in una chat con una ex collega.

Parlare male, anche con giudizi pesanti e “lesivi” del presidente e degli amministratori delegati della società per cui si lavora “non è una condotta in sé idonea a violare i doveri di correttezza e buona fede”. Il dipendente che esprime valutazioni negative e “dal contenuto discutibile” sul gotha aziendale non incorre quindi in sanzioni disciplinari e non perde il posto.

Sparla del proprio capo su WhatsApp: niente “rilievo disciplinare” in primo e secondo grado

Tutte le tracce dei giudizi negativi del comandante di Udine erano rimaste su un pc in ufficio. Erano quindi emersi i contenuti della chat incriminata. Ne nacque la richiesta di provvedimenti per aver “criticato e denigrato” i responsabili dell’impresa.

Sia in primo sia in secondo grado, la conversazione sulla chat era stata ritenuta priva di “rilievo disciplinare”. La società non si era arresa e in Cassazione aveva sostenuto che “erroneamente” si era chiuso un occhio sulla “gravità delle espressioni scambiate”. Ma anche gli ermellini hanno ritenuto che non ci sia nulla da aggiungere a quanto deciso dalla Corte d’Appello di Trieste che, “con apprezzamento di merito non censurabile”, ha stabilito che “tali dichiarazioni dovevano essere valutate specificamente nel contesto in cui erano state pronunciate. Vale a dire in una conversazione extralavorativa e del tutto privata senza alcun contatto diretto con altri colleghi di lavoro”. La conseguenza, aggiunge il verdetto 11665 della Sezione Lavoro, è che “anche sotto il profilo soggettivo le stesse espressioni erano circoscritte a un ambito totalmente estraneo all’ambiente di lavoro.


Tag: lavoroWhatsApp