Greta, vittima di una televisione prostituita

Il caso della giornalista di Toscana TV certifica l’approccio tutto pudore e ipocrisia proprio di questo tempo e, in modo particolare, di questo Paese

Greta, vittima di una televisione prostituita
Greta, vittima di una televisione prostituita
newsby Andrea Eusebio29 Novembre 2021


Il caso di Greta Beccaglia certifica l’approccio tutto pudore e ipocrisia proprio di questo tempo e, in modo particolare, di questo Paese.
Eviterò da subito fraintendimenti: il gesto di cui la giornalista di Toscana TV è stata vittima durante il collegamento all’esterno dello stadio di Empoli – una “pacca” sul fondoschiena da parte di un tifoso schifosamente protagonista – è episodio da stigmatizzare e punire, senza dubbi né titubanze.

Una riflessione, se vogliamo anche articolata, è però consigliabile farla, se non altro per raccontare una volta di più quanto questa Italia – non solo pallonara – sia schiava di un perbenismo così superficiale da far scattare un autoassolvimento a orologeria, in un ticchettio fastidioso fra la criminalizzazione di certi episodi e un bel colpo di spugna mediatico utile a dimenticarli.

Ad esempio, trovo superficiali le accuse mosse a Giorgio Micheletti, conduttore della trasmissione che in diretta ha provato a rincuorare la giornalista con uno sconsolato “Non te la prendere”, mentre si evita di allargare la visione a chi lo stereotipo della giornalista sexy e audace, provocante e disponibile, lo cavalca tutti i giorni in nome dell’audience (e dei follower).

Mi riferisco, e qui probabilmente qualcuno storcerà il naso, a quegli editori che da anni perorano un prodotto televisivo in cui la “valletta” – troppo spesso oggi simile a una bambola lasciva – ha sì guadagnato i gradi della giornalista, dell’inviata, della conduttrice, ma al carissimo prezzo di una fisicità necessaria e da (s)vendere agli occhi del pubblico ludibrio.

Mi riferisco, e qui probabilmente qualcuno punterà il ditino con fare giudicante, a tutte quelle ragazze, donne, colleghe che questo ricatto lo accettano tutti i giorni, sfruttando e giocando senza ormai alcun contegno sui propri centimetri di pelle, prestandosi a un consenso vuoto, viscido, che nulla ha a che vedere con competenze e contenuti.

Greta Beccaglia: perbenismo e sdegno ad orologeria

Se dopo queste poche righe già vi sentite di interrompere la lettura e di lanciare facili accuse su come la visione di chi scrive sia infarcita di maschilismo, sul fatto che la donna non abbia mai colpe in determinate situazioni, o altri facili luoghi comuni con cui archiviare quello che si propone essere uno spunto di riflessione tra i tanti, allora vi invito a farlo: giudicatemi male e clikkate altrove.
Nessuno, infatti, si permette di affermare che molestie e violenze siano in qualche modo giustificate a seconda del contesto, e ci mancherebbe; sarebbe interessante, invece, andare a comprenderlo quel contesto, capire le cause che hanno portato un individuo a pensare di potersi permettere una simile libertà, lesiva della dignità di un’altra persona, con l’aggravante che quella persona in quel dato momento stesse semplicemente facendo il suo lavoro.

Pensate che quanto visto sia derubricabile a un episodio casuale? Ritenete che, una volta punito il molestatore ed esserci “sdebitati” con la collega che ha subito il sopruso attraverso qualche trafiletto in homepage tutto vada a posto? Vi sentite tanto forti dietro al vostro scrollare la testa e dire “Non si fa” da ritenerlo risolutivo? Sapete, è proprio quello, quel genere di perbenismo, quello che criminalizza facilmente e poi dimentica, che porta una Greta Beccaglia a vivere serate simili durante la sua attività professionale.

Scevri di sentenzialismo, dunque, proviamo ad andare un pelo più a fondo al ragionamento.
Le tivù locali – perché è lì che si concentra quella spasmodica ricerca di telespettatori che, grazie a un’attenzione più volubilmente ‘distratta’, scende a patti col Diavolo senza tentennamenti – sono da tempo fucina di personaggi da strapazzo che nulla hanno a che vedere con i contenuti di ciò che trattano e che, fra strilli e pianti, tra folkloristiche performance e dubbia imparzialità, riempiono le giornate degli aficionados.
Il calcio, come da tradizione immancabile spaccato della società, è vetrina di prim’ordine di questa “Corrida” di microfonati sconosciuti.
Contro i quali non ho niente da obiettare, qualora fosse però chiaro di assistere a un programma di quasi demenziale intrattenimento e non all’interno di un contenitore che si prefigge di essere informativo. Ed è qui, a mio avviso, il punto.

Perché se nel momento in cui all’interno di questo calderone fatto di mediocrità e faziosità, di parole urlate e reazioni isteriche, l’idea è quella di inserire una figura “editoriale” atta in qualche modo a legittimare il tutto, ad autorizzarlo, a sdoganarlo e quindi accettarlo all’interno di una cornice informativa, è lì che l’informazione stessa scende a compromessi, è lì che talvolta tocca il fondo.

Non è solo una questione di senso del gusto, di pudore, di estetica o contenuti.
E’ anche un mero fattore economico.

Il giornalismo e quella continua corsa al ribasso

Perché pagare professionisti del settore se il pubblico a casa si identifica – e quindi ha piacere di seguire – il macellaio interista o l’avvocato juventino? Perché investire in figure giornalistiche, quindi sulla carta preparate riguardo agli argomenti che trattano e colte quanto basta per esprimersi correttamente su un medium ancora oggi molto utilizzato (la televisione), se è sufficiente offrire in cambio visibilità (a gratis quindi) a giovani, ragazzi e ragazze, che in nome del “curriculum” si prestano a mansioni che logica vorrebbe essere retribuite?
E come pensate che, in questa guerra tra poveri, i giovani, i giornalisti, gli opinionisti, e tutte queste “marionette” del circus televisivo riescano a marcare la differenza, se non prestandosi sempre più ai desiderata del pubblico: quindi faziosità, quindi urla e pianti, quindi un pezzo di stoffa in meno…
Con buona pace di chi, come Greta probabilmente, nella gavetta ci crede, nel lavoro si impegna, nel tempo cova speranza.

Chi vi parla è testimone di questo schema, anzi: ho vissuto il passaggio dal giornalismo sportivo “tradizionale” a quello di “basso intrattenimento” proprio sulla mia pelle.
Probabilmente devo anche ringraziare questa corsa al ribasso, avendo io debuttato sul piccolo schermo anche grazie a una redazione giornalistica ridotta all’osso a causa della crisi economica, quindi non solo per miei meriti. E non crediate di essere al cospetto di un puritano benpensante che nega quanto l’apparenza e l’aspetto fisico ancora contino nella società di oggi, come di ieri, ancor più nei programmi televisivi, ancor più in un settore povero e altamente competitivo al tempo stesso.

Ma qui si parla di altro: qui ci si chiede fino a che punto pensiamo di arrivare prima di fermarci, fare ammenda, e riscrivere i paradigmi.

L’avvento dei social, inutile ricordarlo, è stata la pietra tombale di un settore, quello dell’editoria, incapace di leggere il cambiamento e intercettarlo: il passaggio di “modelle improvvisate” sui social a opinioniste TV è stato inevitabile, come pure la tendenza ad “osare” di certe colleghe per presentarsi alle produzioni televisive con un bagaglio di follower da mettere a disposizione.
Più volte ho assistito ad assunzioni o promozioni dettate dai follower su Instagram o Facebook piuttosto che dalle reali competenze espresse.
A crisi, poi, si aggiunge crisi: quella del giornalismo parte probabilmente ancora da più lontano.

La Tv prostituita deve chiedere scusa a tutte le Greta

Insomma, quello che sto cercando di dire con questi esempi è che l’episodio increscioso accaduto a Empoli è figlio di una società che trova nel mondo del pallone, e in chi lo segue e ne parla, terreno fertile per potersi permettere questo e molto altro.
Lo sdegno di molte persone nel dire “Proprio nel weekend in cui la Serie A celebra la lotta contro la violenza sulle donne” a me fa sorridere: credete davvero che quel messaggio di lotta sia stato recepito, compreso, pensato, ponderato da chi ogni giorno è tempestato da tette e culi in bella vista in nome del dio pallone?
O sopravvalutate un certo pubblico, o fate finta di non capire.

Una volta la televisione era il mezzo per istruire la popolazione. Oggi è il modo per certificarne l’ignoranza e, in assenza di particolari restrizioni, provare ad alimentarla e sfruttarla attraverso realtà conniventi che, in nome della crisi, tutto concedono, tutto si concedono.

La povera Greta, cui auguro di rifarsi attraverso ampie soddisfazioni professionali, è vittima di una prostituzione televisiva cui tanti fra editori, direttori, colleghi, donne e uomini, spettatori e spettatrici, partecipano tutti i giorni. Ci sono loro dietro quella pacca sul sedere, ci sono loro a dover chiedere scusa a tutte le Greta.


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