15 anni senza Ambrogio Fogar:
il ‘solitario’ che non si è mai arreso

Il 24 agosto 2005 scomparve uno dei più grandi navigatori ed esploratori del mondo. Autore di grandi imprese, nel ’92 rimase quasi completamente paralizzato a seguito di un incidente durante il Raid Pechino-Parigi

15 anni senza Ambrogio Fogar: il ‘solitario’ che non si è mai arreso
15 anni senza Ambrogio Fogar: il ‘solitario’ che non si è mai arreso
newsby Lorenzo Grossi24 Agosto 2020


Quindici anni fa esatti ci lasciava Ambrogio Fogar, uno dei più grandi navigatori ed esploratori del mondo. Nato a Milano il 13 agosto 1941, Fogar morì all’età di 64 anni dopo una vita all’insegna dell’avventura e dopo una lunga battaglia, per la quale non si è mai arreso.

Le imprese di Ambrogio Fogar: poi, il terribile incidente

Numerose sono state le sue imprese. A soli diciotto anni attraversò le Alpi con gli sci per ben due volte. Successivamente si dedicò al volo; al suo 56° lancio con il paracadute subì un grave incidente, ma si salvò miracolosamente. La paura e lo spavento non lo fermarono e arrivò ottenere il brevetto di pilota per piccoli aerei acrobatici. Nel 1972 il “grande solitario” attraversò l’Atlantico del Nord e per buona parte del viaggio senza l’uso del timone a causa di un’avaria.

Dal 1º novembre 1973 al 7 dicembre 1974 eseguì la circumnavigazione del globo in solitaria da Est verso Ovest, cioè in direzione opposta rispetto alle correnti, con uno sloop, un tipo di barca a vela, chiamato Surprise. In compagnia del fido Armaduk, il suo cane di razza Siberian Husky, conquistò a piedi il Polo Nord, anche se lui stesso ammise che dovette usare un aereo per circa 180 km quando si trovò alla deriva sulla banchisa. Dopo il mare e la neve, fu la volta del deserto: partecipò a tre edizioni della Parigi-Dakar e a tre Rally dei Faraoni.

Poi, il 12 settembre 1992, l’episodio che gli cambierà drammaticamente la vita. In Turkmenistan, durante il Raid Parigi-Pechino, nel quale compose un equipaggio con Giacomo Vismara, fu vittima di un terribile incidente. Il fuoristrada si ribaltò: il suo compagno uscì miracolosamente illeso, ma Fogar subì la frattura della seconda vertebra cervicale e rimase quasi completamente paralizzato. La disgrazia non riuscì però a domare il suo spirito d’avventura: nel 1997, su una sedia a rotelle basculante, partecipò al giro d’Italia in barca a vela, da Genova a Trieste. Morì il 24 agosto 2005. Non smettendo mai di lottare e non arrendendosi alla malattia, una volta disse: “Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo…”.

Il caso del plagio del suo libro

Una vita straordinaria, che però fu anche al centro di diverse polemiche. Una delle prime fu legata alla pubblicazione del diario del suo giro del mondo, intitolato 400 giorni intorno al mondo. Il libro diventò un best-seller, ma accese gelosie e velenose polemiche, che lo portarono in tribunale con l’accusa di plagio, risultando effettivamente alcune delle pagine copiate da altri, in particolar modo il racconto della tempesta che dovette affrontare, la quale venne descritta con le stesse identiche parole tratte da un libro di John GuzzwellTrekka intorno al mondo. L’intenzione di Fogar era quella di fare una citazione, perché quella era la stessa sensazione che lui provò durante quella tempesta. La cosa, però, fece affiorare il sospetto che, se aveva barato nel libro, poteva averlo fatto tranquillamente anche nel viaggio. Tuttavia la sua traversata fu assolutamente compiuta.

Il lungo naufragio insieme a Mauro Mancini

L’altro controverso episodio riguardò il naufragio subìto con l’amico Mauro Mancini, che morì poco dopo essere stato tratto in salvo. L’opinione comune lo voleva “colpevole” del fatto e delle condizioni di salute del compagno di viaggio durante i giorni trascorsi sulla zattera di salvataggio: in pratica Ambrogio Fogar sembrava quasi accusato di essere l’unico sopravvissuto. In realtà le cose non andarono proprio così. Mauro Mancini era un giornalista grossetano, grande appassionato di vela e di avventura. I due partirono da Mar del Plata, in Argentina, per circumnavigare il Polo Sud.

Il viaggio fu rallentato dai venti contrari. L’estate australe finì in anticipo. Fogar decise di tornare indietro. Lo comunicò a un radioamatore cileno e gli riferì che a forza di testate le orche avevano aperto una falla vicino al timone. La mattina del 19 gennaio 1978, le orche tornarono all’assalto. Il Surprise venne squarciato e affondò in pochi minuti. Fogar si precipitò a fare scendere in mare il canotto e ad assicurarlo ad una zattera. I due naufraghi avevano a disposizione un esagono di un metro e sessanta di diametro, protetto da un tetto che al centro è alto 80 centimetri.

Tra speranze, conforto e illusori entusiasmi, la notte del 2 aprile Fogar scorse una nave: il mercantile greco Master Stephanos, che li salvò. Mancini era stremato, non riusciva ad aprire gli occhi e chiese che gli fossero portati una cioccolata al latte e una minestra calda. Due giorni dopo, Mancini morì stroncato dalla polmonite e dopo avere perso 41 chili. La penicillina non era riuscita a bloccarla.

Nella lettera di addio alla moglie, in cui raccontava del naufragio, Mancini fece chiarezza su tutte le ombre che si abbatteranno poi su Fogar, da lui definito “un uomo coraggioso, equilibrato, buono”. “Ci siamo fatti compagnia”, scriveva Mancini, “con grande fermezza d’animo e questo è già qualcosa”. Ma la lettera divenne nota solo alcuni mesi dopo.

Gli ennesimi attacchi dei media contro Ambrogio Fogar

Nel frattempo, contro Ambrogio Fogar, ormai in salvo, si era scatenato un processo mediatico che lo indicava come responsabile della morte dell’amico giornalista, con trasmissioni televisive che puntavano il dito sulla smania di protagonismo dell’esploratore italiano. Alcuni giornali lo accusarono di cinismo in quanto Fogar, sulla nave che lo stava riportando a terra, avrebbe trattato via radio la vendita in esclusiva del racconto della vicenda. Questa insinuazione si dimostrò poi totalmente falsa. Una delle poche voci controcorrente fu quella di Oriana Fallaci, che difendendolo scrisse: “Ti ho visto in tv e voglio dirti che se davvero un giorno ti servisse un compagno di viaggio che fuma moltissimo, nuota malissimo, soffre il mal di mare […] ti accompagno. Con la barca di legno, non di ferro, per­ché mi fido totalmente di te. E va da sé che questa sarebbe, in ogni senso, la più temeraria, la più suicida delle tue imprese”.

La verità era che Ambrogio Fogar e Mauro Mancini avevano fatto appena in tempo a saltare sulla zattera di salvataggio, portandosi dietro un po’ di zucchero e pancetta. Durante gli oltre due mesi alla deriva si nutrirono della carne dei cormorani e di qualche pesce catturato con le mani, bevendo l’acqua piovana che si accumulava nella zattera. Condivisero uno spazio angusto, speranze e i loro destini, rigonfiando il battello con la forza dei polmoni e della disperazione. Fino al momento in cui si stagliò all’orizzonte il mercantile greco, scambiato inizialmente per un miraggio, e che invece era vero. La fine, purtroppo, è nota.

Ciò che resta, oltre alla leggenda di uno dei naufragi più lunghi e rocamboleschi della storia, è ormai solo il battello di salvataggio pneumatico tipo Avon4, esposto presso la ‘sala della Tempesta’ del Galata – Museo del Mare, a Genova. E le lettere dei due, a ricordo di quei 74 giorni. Mauro Mancini scrisse a proposito: “Un’esperienza che può servire anche a chi non naufragherà mai. Ciò che conta è la volontà di vivere, di non arrendersi e continuare. Siamo tutti su una zattera”. Una frase più vera e più attuale che mai ed è, forse, il modo migliore per ricordare il grande Ambrogio.


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